Far East: Cronache dell’estremo oriente parte quarta

Presentato al Far East The founding of a Republic

Gli ultimi giorni del Far East hanno pesato molto nel bilancio qualitativo del festival. Basti pensare che l’ultima sera sono stati proiettati ben due film poi finiti sul podio, complice anche il classico entusiasmo che permea il pubblico agli sgoccioli delle grosse manifestazioni. Ricordiamo che la votazione è avvenuta utilizzando una scheda anonima alla fine di ogni proiezione: ciascun spettatore poteva dare da uno a cinque pallini al film appena visto, decretando così le tre opere vincitrici dell’Audience Award 2010. Venerdì mattina alle nove è stato proiettato The Founding of a Republic, il colossal cinese di propaganda che in patria ha sbaragliato ogni record di incassi, anche grazie alla prestigiosa sfilza di attori nazionali (a volte solo per fugaci apparizioni, come Jackie Chan, che fa capolino come giornalista). Lasciamo volentieri ad altri il compito di fare tana agli elementi revisionisti presenti nella trama. Ci pare più interessante, in questa sede, sottolineare la sontuosità della messa in scena, arricchita da immagini di repertorio che non stonano, ma anzi donano una drammaticità molto potente (scene di guerra in primis). La regia di Sanping Han e Jianxin HUANG è inoltre elegante e molto intelligente: sorge l’idea che i due cineasti sappiano alla perfezione quando dilatare e quando asciugare, e non è poco.

Presetato al Far East The Founding of a Republic

Non occorre dire che Mao è dipinto come una specie di santo: amato dal popolo e rispettato dai nemici, sa imporsi ma anche ascoltare i più deboli, prende decisioni importanti ma ride anche delle piccole cose. L’evidente spirito apologetico non scalfisce l’impatto emotivo che la pellicola di quasi due ore mezza sa regalare al pubblico del FEFF, che sembra apprezzare moltissimo l’epicità del racconto. Maria Ruggeri, curatrice della Sezione Cina del festival, rivela in esclusiva a CVG: “Solo dal 2002 questo paese ha una reale industria cinematografica. E il cinema libero, ancora oggi, ha pochi sbocchi. Qui al Far East tentiamo di dare visibilità a film che in Cina non circolano, ma anche a quelli che sono a tutti gli effetti blockbuster, come questo The Founding of a Republic”. Insomma, le chiediamo maliziosi, sarebbe un po’ come se in Cina facessero un festival del cinema italiano con retrospettive su Elio Petri insieme all’ultimo dei Vanzina? “Grosso modo è così” ammette l’organizzatrice. È chiaro che in questo caso, come ci tiene a precisare, “la natura commerciale del film non intacca affatto la bontà dell’opera”. Ci piacerebbe dire lo stesso dei nostri cinepanettoni, aggiungiamo noi. Tra le opere più amate del pomeriggio del venerdì si piazzano Dear Galileo e Boys on the Run. Il primo, del thailandese Nithiwat Tharatorn, riceve un calorosissimo applauso da tutto il Teatro Nuovo, immedesimatosi in questo road movie giovanile che ha portato molti al singhiozzo e ai giusti elogi al regista presente in sala. Il secondo, del giapponese Miura Daisuke, trova la comicità nell’estremo, nel dissacrante, evidentemente preservando l’origine manga della storia. La narrazione prende una brusca impennata quando il protagonista, dopo mille fallimenti, decide di farla pagare al suo rivale in amore, allenando i suoi muscoli flaccidi al suono di Eyes of the Tiger.

Presentato al FEFF il film thailandese Dear Galileo

L’ultimo giorno della dodicesima edizione del FEFF ha fatto strage nei cuori degli appassionati di cinema orientale. Quick, Quick, Slow del cineasta Ye Kai, in anteprima europea, si pone un po’ come il Full Monthy d’oriente: un gruppo di sgangherati cinquantenni si allena nel ballo per poter presenziare all’apertura delle Olimpiadi di Pechino. Curioso insieme di immagini di repertorio e fiction, questo balzano documentario dà voce alla generazione degli ultracinquantenni, ovvero coloro che vissero il difficile periodo della Rivoluzione Culturale negli anni ‘60 e ‘70, in cui sotto la spinta di un’ideologia anti-borghese molte persone non ebbero la possibilità di coltivare le proprie aspirazioni e i propri sogni. The Dreamer riesce nell’ardua impresa di far vincere per due anni la stessa medaglia al medesimo regista, ovvero l’indonesiano Riri Riza, che vince il bronzo esattamente come l’anno scorso, appena dopo l’argento del giapponese The Accidental Kidnapper. Dopo il successo di Rainbow Troops, era prevedibile che fosse prodotto anche il secondo (e più avanti il terzo) capitolo della saga autobiografica dello scrittore Andrea Hirata. Se il primo episodio parlava di infanzia, The Dreamer getta lo sguardo sull’adolescenza e la prima età adulta. La risultante è un’opera più matura (ovviamente…) ma meno fruibile, pur avendo richiamato nelle sale due milioni di spettatori. Il sudcoreano Castaway on the Moon, piazzandosi al primo posto, ha dato una delle lezioni più vecchie ma che fa sempre piacere sentirsi ricordare: un soggetto forte è tutto in un film.

Castaway on the Moon è il vincitore del FEFF

Il regista Lee Hey-jun narra la storia di un uomo senza speranze che tenta il suicidio buttandosi nel fiume Han: fallisce, ritrovandosi su un’isoletta deserta in cui dovrà fare i conti con la sopravvivenza e con un’abitante di un condominio in riva al fiume che non esce mai dalla sua stanza. Pochi dialoghi, comicità impassibile e tanta poesia. Torna anche il tema degli hikikomori, ovvero quelle persone che decidono di relegare la loro esistenza all’interno di una stanza; deve essere molto sentito dai coreani, visto che anche il terrificante Possessed lo affrontava (in modo molto più profondo). Con il suo minimalismo, Castaway on the Moon ha semplicemente distrutto la concorrenza, non solo aggiudicandosi l’oro all’Audience Award, ma anche risultando essere il favorito degli spettatori Black Dragon. Chi sono costoro? Spettatori che hanno deciso di pagare un accredito gonfiato (circa tre volte il normale White Tiger) per avere un posto sempre riservato e il nome sul catalogo, ma soprattutto scegliendo così di finanziare de facto il Far East. Catalogo e conti alla mano, gli accrediti di lusso sono stati 131. Calcolando il prezzo base del Black Dragon, e senza neanche considerare che molti hanno sicuramente versato più del dovuto, risulta che questo finanziamento ‘dal basso’ ha rimpinguato le casse del FEFF di più di quindicimila euro. Alla faccia della provincia, che non ha stanziato nemmeno un soldo di cacio. Un inchino a tutti.

Gigi Dalle Carbonare