The Arrival, proiettato giovedì sera al Teatro Nuovo di Udine, ha ricevuto una calorosa accoglienza, complice anche l’atteggiamento umile del regista filippino Erik Matti, presente in sala. Sarebbe stato difficile pensare il contrario. È uno di quei film che parlano di cose piccole, così piccole da essere forse le più preziose. “Sono arrivata da un’ora e sono curiosa di vedere questo film, anche perché mia madre è filippina”; Camilla, 25 anni, neo-laureata, ex VJ di All Music e attrice, ne sa parecchio e snocciola aneddoti sul cinema orientale. Lo spunto di partenza di The Arrival è un topos cinematografico (basti pensare a Brazil): il contrasto tra vita immaginata e vita reale. Leo, remissivo contabile di Manila, trascorre la sua giornata tra il noioso lavoro e la solitudine, solo a tratti interrotta dagli irruenti vicini e da qualche visita ai parenti. Ma il protagonista ha un sogno ricorrente: una bellissima donna che percorre il vialetto di una casa e lo bacia. Un giorno Leo, vedendo in una fotografia della cittadina di Murcia quella che sembra essere proprio quella casa, lascia tutto per inseguire il suo sogno. La sua esistenza cambierà?
Due i fattori che fanno di questa storia una delle meglio raccontate finora viste al FEFF. Innanzitutto, su ogni immagine regna una pacatezza che, se all’inizio può anche risultare soporifera, con il susseguirsi delle immagini diventa fonte di riflessioni e di un’inaspettata comicità. Inoltre il racconto beneficia della spontaneità degli attori, la cui recitazione è spesso basata più sull’improvvisazione che sulla sceneggiatura. È doveroso ricordare che al Far East, come in tutti i contesti del genere, i film sono proiettati rigorosamente in lingua originale, fattore di estrema importanza in una pellicola minimale come questa (c’è da fare un minuscolo reclamo: è parso a molti che l’immagine fosse in leggerissimo ritardo sull’audio, cosa di poca importanza, visto che gli occhi erano sovente concentrati sui sottotitoli). Ciò che ha colpito di più è stato che il cineasta, ormai commercialmente emerso nel suo paese (Exodus e il precedente Gagamboy sono per gli standard filippini delle produzioni ad alto budget), ha saputo infondere una purezza contagiosa al ritratto della zona di Murcia. Il fatto che Erik Matti provenga proprio da Murcia ci suggerisce una cristallina chiave di lettura: Leo ha perso qualcosa e il viaggio che intraprende non è altro che un viaggio dentro sé stesso. A volte bisogna andare indietro, per poter davvero andare avanti.
Appena dopo l’uscita dalla sala, incontriamo Corrado, insegnante di 34 anni, nato a Modena ma ormai stabilizzato da anni in Francia. Dopo otto edizioni di FEFF, la sua analisi arriva lucida e precisa: “Il Far East è un festival molto importante, ma sta pagando un grande scotto a causa di Internet. Per vedere un film fatto a Singapore, prima non c’erano troppe alternative: o qualcuno te lo passava, o riuscivi in qualche modo e con molte spese a fartelo arrivare. Alla peggio aspettavi che qualcuno la programmasse alle due di notte su Rai Tre. Ora invece te lo scarichi, se ti va male, in mezza giornata. Il festival ha perso così la sua funzione principale”. Al baretto del Teatro si respira ancora la leggerezza regalataci da The Arrival e molti starebbero volentieri a chiaccherare, ma i turni serali del FEFF impongono pause molto brevi. Un appunto che potremmo fare – ritornando al discorso della semi-perfezione del festival che facevamo qualche tempo fa – è proprio questo: proiettando film impegnativi sia per tematiche che per la lingua (i sottotitoli indubbiamente stancano) talvolta si sente il bisogno di un piccolo respiro tra una pellicola e l’altra. In giorni come lo Psycho Horror Day di mercoledì scorso, gli spettatori hanno compiuto una maratona da brivido che, escluse le già abbondanti proiezioni del giorno, li ha tenuti incollati allo schermo senza pause dalle otto di sera all’una e mezza…
Gigi delle Carbonare
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