È sul mercato l’ennesimo pseudo-dramma, alleggerito dalla volontà di farne una commedia quando l’unico sorriso, è convenevole solo all’ottantacinquesimo minuto del film, a sipario chiuso. Non è dunque necessario mettersi davanti alla tv per quasi un’ora e mezza quando, tutto ciò che mostrerà la pellicola lo si evince dalla prima inquadratura: il fondo schiena e le gambe di Matthew McConaughey. Mi correggo; e una tavola da surf, quando la si noti sorretta dall’attore a perenne dorso nudo.
Surfer, Dude è presentato come un film che narra la crisi esistenziale di un surfista. L’idea poteva essere buona ma dire che sia stata fin troppo banalizzata è un eufemismo. Ragazze in bikini, se non in topless, primeggiano a grandi linee su una trama retta unicamente dal personaggio di McConaughey. Ciò che traspare dal costume dei vari bagnanti è la “misera” storia di un ragazzo (Steve Addington) che, tornato alla sua nativa Malibù, si accorge che la città non può offrirgli le emozioni di un tempo.
Vero esperto e appassionato di surf, prende coscienza che, a causa di un’imprevista bonaccia, il mare è diventato completamente piatto. Resa impossibile l’unica attività che pare dare un senso alla sua vita, l’impatto furente che si prova nel cavalcare un’onda, Steve appare del tutto spaesato. Ecco esplicitata la famosa crisi esistenziale resa nota come soggetto del film ed ecco tutto il suo lato drammatico. Ma come ogni racconto che si rispetti deve esserci un plot, un conflitto; in questo caso, un’offerta di lavoro. Un manager disonesto e senza scrupoli propone a Steve di diventare il protagonista virtuale di un videogame basato sul surfing. Il ragazzo, da subito poco entusiasta, si accinge comunque a sperimentare se la digitalizzazione, i soldi e la fama che ne otterrebbe, potrebbero in qualche modo sopperire a quell’euforia data dalla sua attività prediletta. Il responso non può che essere negativo. Al contempo, Steve si avvicina ad un anziano amico pastore e, forse con l’unico trucco narrativo riuscito, ad ogni sequenza delirante che vede espresse le squallide strategie dello sponsor ricattatore e dei suoi scagnozzi, ne segue una rilassante, in compagnia di ampi pascoli.
Sembra quasi un contrapporsi della pellicola analogica versus la digitale. Se non sulla recitazione, sulla trama, sui dialoghi, il film poteva rifarsi sulla scenografia e sulla fotografia, visto che il tema era a dir poco congeniale. Non splendide vedute di spiagge, non ampie vegetazioni o immagini da cartolina, (se non l’unica, di una montagna, più volte ripetuta), ma miriadi di piscine, rumorose e gigantesche tazze di seni che sembrano essere l’unica attrattiva naturalistica.
Di nuovo portato con l’inganno nei pressi degli studi di registrazione, Steve si rende conto che, oltre ad essere contro l’ambiente che lo governa, è a prescindere soprattutto contro l’idea di rendere “finto” uno sport che vede nella natura il suo principale alleato. Tradito addirittura dagli amici ma aiutato dalla bella reporter, come da copione figlia del nemico, decide di attuare una vendetta nei confronti del manager e finirà con l’incastrarlo.
Crisi esistenziale risolta, il vento si alza e le onde stanno per arrivare; il protagonista dopo il lungo percorso introspettivo, richiesto per superare ogni stallo che si rispetti, è di nuovo felice!
Ma fino alla prossima bassa marea…
Elena Valeri
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