Quando Ubisoft mostrò per la prima volta il suo nuovissimo Splinter Cell eravamo a Los Angeles per l’E3, lo ricordo benissimo. Lo ricordo così bene perché quel gioco era semplicemente strabiliante: faceva paura, tanto era curato nei dettagli. Grafica sbalorditiva, tecniche stealth portate a livelli mai visti… ma soprattutto, dannazione, un carisma da tagliare con il coltello. Una tuta anonima da agente segreto in missione, le luci di un visore notturno, una fisionomia un po’ da George Clooney: era nato Sam Fisher. Era nato un nuovo eroe. E quel gioco, che inizialmente era annunciato per tutte le piattaforme, lo vedemmo mutare formato da un giorno all’altro, proprio in fiera. Era così bello che Microsoft aveva deciso di farlo suo, di farne il nuovo simbolo dell’Xbox dopo Halo. Così fu, e la mossa si rivelò vincente: Splinter Cell irruppe nel mondo Xbox come il cavaliere solitario alla riscossa, lancia in resta contro i draghi PlayStation. Fu accolto come un eroe, come un liberatore. Il verde del visore notturno a fondersi col verde dell’Xbox. Solid Snake aveva un rivale, opposto a lui in tutto: direzione artistica, filosofia di gioco, tipologia di personaggio. Sam Fisher era realismo, pura tecnica, maschera trasparente dietro cui collocare il proprio volto. Ubisoft era ancora una volta riuscita a creare da zero un asset di eccezionale valore, un’abitudine fortunatamente mantenuta, come insegna un certo Assassin’s Creed.
Col tempo, tuttavia, il vento e l’acqua levigarono la pietra, così avvenne che la saga di Splinter Cell perse purezza, divenne meno affilata, meno pungente. Si espanse verso il multipiattaforma e si strutturò, ma questo perfezionamento le sottrasse personalità, in parte banalizzandola. Era tempo di tornare a ruggire, tempo di tornare sulla breccia. Ebbene, la risposta è arrivata tonante, di nuovo solo su console Microsoft, stavolta con tre letali luci rosse come simbolo. Quest’opera si chiama Splinter Cell: Conviction e quello che la interpreta da assoluto protagonista è un nuovo Sam Fisher, un eroe rinato, plasmato nella cultura popolare contemporanea, nato a iniezioni di Jack Bauer di 24, costruito come arma di persuasione di massa per un pubblico, quello di oggi, che chiede a gran voce, anzi… pretende, un frontman d’eccezione.
Sam Fisher di Conviction non è più un’arma perfetta e micidiale nelle mani del Governo, ma è prima di tutto un uomo, una persona che, minacciata nei suoi affetti, ingannata e fin troppo usata come una marionetta, scopre di non starci più, di essere pronto a tutto per riprendersi i suoi cari, la sua vita e il suo destino. E quando ci si aizza contro un uomo come Sam Fisher, non c’è modo di sfuggire. Non c’è ombra che possa avvolgerci abbastanza, perché Sam è il sovrano dell’oscurità; non c’è protezione che possa coprirci le spalle, perché Sam è il killer silenzioso definitivo; non c’è bunker che possa tenerci al sicuro, perché Sam è l’incursore che penetra ovunque, senza mai fermarsi. E tra narrazione a ritroso, flashback di vita vissuta e maestose sequenze d’azione, saremo noi giocatori a vivere il terrore che serpeggerà fino al midollo dei nemici di Sam Fisher, che non si fermerà di fronte a nulla, a caccia di risposte. E giustizia, sanguinaria giustizia.
Ma se il personaggio è tutto nuovo ed esaltante, non da meno è il gioco che gli fa da proscenio. Splinter Cell: Conviction non solo è una gioia per gli occhi, una vera gemma di qualità grafica, ma anche un laboratorio teatrale di sperimentazione videoludica, una furiosa jam session di piombo, acrobatiche infiltrazioni e feroci interrogatori. Muovendoci tra scenari che non sfigurerebbero in una storia con James Bond protagonista, ci troveremo a vivere uno Splinter Cell decisamente atipico, molto meno ingessato, più vario nell’approccio da utilizzare, capace di regalarci sezioni stealth vecchio stile ma anche momenti di pura adrenalina, nei quali sfogare l’ira costruita ad arte da un plot brillante. Su tutto, inoltre, splende la meravigliosa scelta artistica di costruire sugli sfondi stessi, quasi a livello materico, i briefing di missione, distribuiti nel corso dei livelli. Parole scritte sulle pareti, immagini proiettate nelle stanze della vita di Sam, a scorrere come un impietoso film, quasi sottolineando l’accerchiamento di eventi ineluttabili che serra Fisher come le spire (oh, ironia!) di un grosso snake, un pericoloso serpente desideroso di stritolare la libertà, le ambizioni e i (legittimi?) sogni di un eroe americano per troppo tempo costretto, solo e nel buio, a servire la Patria versando il sangue dei suoi presunti nemici. Il gameplay, condensato in circa dieci ore di epica azione (ma c’è l’online a fare da extension dell’esperienza di gioco), è ben costruito e sorretto ad arte da ottimi controlli, precisi e immediati, da una valida I.A. e da un sistema di instant kill che non solo soddisfa, ma invita anche a mettere a segno uccisioni ravvicinate per poter poi “marcare” più nemici da freddare con una singola mossa.
Concludendo, Conviction è lava bollente da un vulcano in eruzione, la Fenice che rinasce ma anche un nuovo inizio per conquistare alla serie tutti gli scettici e gli agnostici, quelli che “io solo Solid Snake”. Che, adesso, scopriranno che anche Sam Fisher ha un suo particolarissimo spessore. Ora Ubisoft è a un bivio: giocare conservativa, vanificando il potenziale di Conviction, o dare finalmente vita a una “Great Sam Fisher Opera”, proiettando oltre le stelle una serie che stellare era già nata. Fai la tua scelta, leone d’Oltralpe. Noi, per intanto, diciamo chapeau.
Marco Accordi Rickards
