Prison Break: The Conspiracy e la maledizione dei tie-in

La serie televisiva di Prison Break vanta, senza dubbio alcuno, gli onori e gli oneri di rappresentare una delle maggiori fiction di culto in onda su Fox-Channel durante la seconda metà dell’ultimo decennio. Questo prevedibile tie-in per console (PS3/Xbox 360) e PC, a causa di una lunga serie di rinvii dovuti prima alla chiusura di Brash Entertainment, e poi alla cancellazione temporanea del titolo stesso (finanziato internamente, e per dodici mesi, dai tenaci sviluppatori sloveni ZootFly), è finito per approdare in differita tra le comunità videoludiche grazie anche al decisivo intervento del publisher Deep Silver, che si è visto sfuggire dalle mani la ghiotta opportunità di cavalcare l’onda del successo televisivo… Tutto questo, però, non rappresenterebbe poi un problema insormontabile, se solo il frutto di un periodo di gestazione tanto sofferto si rivelasse infine valido, e dotato di ottimi argomenti. Ma l’epilogo di Prison Break: The Conspiracy non rientra suo malgrado in tale, ottimistica, casistica.

I lunghi tempi di sviluppo, infatti, hanno reso obsoleta prima di tutto la stessa tecnologia messa in campo, abbracciata al tempo dagli sviluppatori con grande fiducia e speranza: una scelta ricaduta sull’abusatissimo Unreal Engine 3, il quale oggigiorno comincia a mostrare già le prime rughe ed i primi acciacchi, soprattutto di fronte al discreto numero d’engine proprietari attualmente più prestanti. Il rendering grafico d’ambienti e personaggi oscilla, in modo pericoloso, dal sufficiente all’appena mediocre, peggiorando poi la già grigia situazione per mezzo di gravosi e inopportuni escamotage a base di filtri per il post-processing (per intenderci, i filtri visivi dall’aspetto granuloso, che i più collegano ai primi storici capitoli della saga horror di Konami, Silent Hill).

La costruzione della planimetria 3D della prigione di Fox-River (nella realtà il penitenziario americano “Joliet”, nell’Illinois), però, risulta inaspettatamente minuziosa, andando contro ogni evidente limite tecnico: facendo leva su uno dei maggiori elementi di richiamo per l’intera produzione videoludica in questione, ZootFly ci consegna una riproduzione poligonale piuttosto fedele dell’ambientazione ammirata nel corso della prima stagione; il cortile e le celle, così come i claustrofobici corridoi delle aree di manutenzione, rispondono bene all’immancabile appello. Allo stesso modo, gran parte del cast originale potrà vantare un suo – più o meno – verosimile alter-ego digitale, fatta eccezione per la dottoressa Sara Tancredi (nella realtà l’affascinante Sarah Wayne Callies) ed il detenuto psicolabile Haywire, che appaiono molto diversi dagli attori a causa di alcuni conflitti con le licenze del serial visto in TV).

Anche il doppiaggio originale, affiancato dai trascinanti music scores del telefilm, ha chiaramente il suo peso nell’economia della discreta atmosfera già respirata nel corso di quattro stagioni televisive: peccato solo che ZootFly, alla ricerca di una valida alternativa alla storyline già ben nota e conosciuta, abbia infine optato per inventare da zero un protagonista in cui farci calare al posto della controparte televisiva. A dire la verità, questo agente della compagnia sotto copertura – il muscoloso ed americano Paxton – spesso apparirà infilato a forza all’interno di un contesto già ben delineato, con la sola motivazione di creare una variante allo script originale. Purtroppo, la coraggiosa scelta degli sviluppatori finisce solo per alienare quella stessa fascia d’utenza che il titolo dovrebbe in realtà appagare maggiormente: invero, i fedeli fan dei movimentati trascorsi della famiglia Scofield.

Debole e confusionario sotto il profilo tecnico e artistico, Prison Break: The Conspiracy ha gravi lacune anche per quanto riguarda il cuore del gameplay, diviso com’è in tre cicliche (ed interminabili) sezioni tutte uguali a se stesse: si comincia con un breve percorso stealth, passando per qualche quicktime event, e si conclude con sporadici e banali combattimenti… La prima categoria risulterà davvero l’unica sfida valida offerta dal titolo, pur avvicinandosi pericolosamente ai limiti della frustrazione. L’ossatura della struttura di gioco si rivela in ogni caso piuttosto arcaica, riproponendo parecchi mini-game in voga circa un decennio fa come le scassinature a suon di grimaldello già viste nei primi capitoli della saga stealth Splinter Cell. I combattimenti si tradurranno poi in una semplice alternanza dei soli tre comandi disponibili (pugno, parata, pugno forte), mentre le sezioni quicktime risulteranno spesso imprecise e scollegate tra loro, oltre che distanti anni luce da quelle recentemente apprezzate in Heavy Rain su PS3. A queste fondamenta già traballanti, seguiranno alcune blande diversificazioni come gli allenamenti nel cortile, utili a potenziare le capacità fisiche, o la possibilità di sfidare a pugni altri detenuti, nel disperato tentativo di gonfiare il nostro magro portafogli (soldi che, tra l’altro, potrete spendere solo per farvi tatuare).

Per portare a termine Prison Break: The Conspiracy, i più impiegheranno circa sette ore di gioco: una media piuttosto bassa, anche per un genere che non fa della longevità una sua caratteristica peculiare. Nelle ultimissime scene, poi, la trama devierà dal suo percorso originale per offrire un epilogo tanto inedito quanto insipido, lasciandoci ricredere su tutte le nostre ostilità verso lo storyline troppo simile al serial-tv. Una volta giunti ai credits di coda, saranno davvero rari i casi in cui riprenderete dalla mensola questo tie-in targato ZootFly. Non ci resta che consigliare The Conspiracy ai soli fan sfegatati del telefilm, senza omettere in ogni caso il pericolo sulla cocente delusione a cui rischiano di andare incontro.


Voto:   6/10

Valerio Pastore