Per me il lavoro di un sogno, grazie. E senza incubi… gentilmente!

In settori dalla crescita rapida e con pochi anni sulle spalle, come quello dell’industria dell’intrattenimento elettronico, si sale e si scende dall’altalena del successo in un battere di ciglia… Un investimento sbagliato, e ci si affaccia a prendere il vento che soffia inclemente sul bordo del baratro. Quello giusto, ed eccoci improvvisamente risalire le rapide cascate di una crisi mondiali in groppa a un cavallo bianco e scintillante (e che cammina sulle acque, per giunta). Quello che rattrista chi vi scrive, però, è l’evidente fase di assestamento che ha seguito l’epoca pioneristica del videogaming, con un palese adattamento a modalità e stilemi di tutt’altre industrie, che proprio come lo stesso Electronic Entertainment puntano sempre e solo ad un unico obiettivo: il guadagno, punto d’arrivo di ogni tipo di filosofia aziendale. I mezzi per assicurarsi tale traguardo, ahimè, sono quindi radicalmente cambiati da quando si costruivano dei sogni in compagnia di un amico, di domenica e nel garage dei propri genitori… per dirla à la Steve Jobs. E, purtroppo, con i grandi strumenti sono arrivate anche le seconde facciate di tutte queste monetine, come ci racconta la malinconica foto qui sopra, che immortala l’allargamento degli uffici Team Bondi durante l’ultimo natale senza LA Noire sugli scaffali. Un giorno brindi l’imminente successo di un titolo capace di generare Hype in ogni lingua e paese, e quello dopo ti ritrovi sulle prime pagine dei quotidiani nella sezione della cronaca. Violazione dei termini di lavoro: leggi, sfruttamento senza frontiere. Ouch…

Il caso Team Bondi ha fatto riaffiorare alla memoria i primi passi di un medium che nel passaggio da “prodotto di nicchia” al rivolgersi direttamente alle masse di ogni nazionalità, passò per ogni consueto travaglio del caso, come il lavoro sottopagato e irrispettoso delle condizioni minime per la salute del personale. Al tempo, la cronaca arrivava direttamente dal Giappone (ovviamente), con articoli e reportage di svariate software house che obbligavano i propri dipendenti a dormire in ufficio, lavorando su linee di codice per quasi venti ore consecutive, sette giorni su sette, fino alla consegna del prodotto entro la disumana deadline fissata. Si, è proprio la chiacchierata pratica del “Crunching” che oggi è tornata sulla bocca di tutti, con i casi Team Bondi e Gameloft: esisteva già, poco meno di vent’anni fa, sebbene al tempo destasse meno scalpore dei casi succitati… Perché? Ma è ovvio: perché durante i primi anni novanta medium e società non davano ancora la giusta importanza all’esplosiva crescita del videogioco all’interno del settore industriale e commerciale. Così, mentre la maggior parte dei non addetti al settore ne rimaneva all’oscuro, la metà marcia dello spirito aziendale s’espandeva per i colorati uffici di game designer e game director, con tutte le nefande conseguenze che potreste aspettarvi.

Male inevitabile e necessario per un bene superiore? Davvero per la crescita e la maturità del videogaming la sua natura industriale non può scindersi dagli stilemi e i meccanismi sui quali s’è fondata la natura stessa della produzione commerciale moderna? Difficile dare una risposta, e ancor più trovare una soluzione che appaghi tutte le parti coinvolte. Una cosa appare però evidente: che quello di LA Noire non è certo un caso isolato, e attribuire le colpe di un sistema a una singola nemesi alla mercé di un popolo indignato (il talentuoso Brendan Mc Namara) come capro espiatorio del “American Way”, non ci porta da nessuna parte. Pensiamo solo alla velocità con cui certi titoli arrivano sul mercato (faccio giusto un nome… Uncharted?): siamo proprio sicuri che si tratti di lavoro meglio organizzato e capace di altri, e non di banale sfruttamento con orari d’ufficio improponibili? Siamo davvero sicuri che tutto quello che accade in quegli uffici briosi e colorati, venga alla luce così come le loro ammalianti creazioni? Ne dubito, sinceramente. Così come dubito che nel corso del 201o gli unici dipendenti del nostro settore preferito, e che hanno patito soprusi e prevaricazioni, siano stati i ragazzi del Team Bondi e Gameloft. Certo, le loro denunce hanno scosso l’opinione pubblica, ma per quanto tempo? Se pensiamo che è pensiero comune che pratiche come il crunching siano nuove in questa branchia dell’industria moderna, forse dovremmo soffermarci un attimo a riflettere sul perché di tale memoria breve. E, magari, evitare di sbattere i piedi a ogni rinvio di un gioco che attendiamo (tranne per casi eloquenti come quello di Duke Nukem Forever, s’intende!). Ricordandoci, quando possiamo, che dietro a ogni sequenza FMV, dietro ogni scontro con il boss, dietro ogni menù di gioco,  c’è il duro lavoro di un team appassionato e che ha fatto sacrifici spesso disumani per rispettare una stupida deadline. Perché se non lo facciamo, se proprio non riusciamo a evitare d’inveire contro di loro per ogni giorno di ritardo sulla release, allora forse non siamo poi nella posizione giusta per indignarci con tanto ardore, nel leggere le diffamanti dichiarazioni degli ex-dipendenti del Team Bondi…

Valerio “Revolver” Pastore


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