Peter Moore, il presidente di EA Sports, ha un modo tutto suo di vedere lo scandalo che ha recentemente investito Tiger Woods, il celebre campione di golf al centro di una burrascosa vicenda di affari extraconiugali.
Non potrebbe essere diversamente: Moore è il presidente della più importante casa di produzione di giochi sportivi, e il franchise Tiger Woods riscuote successi fin dalla sua prima uscita nel 1998. Peraltro, se vi piace il genere, è una signora simulazione di golf. Più di un videogiocatore si sarà quindi chiesto che fine avrebbe fatto la serie dopo il Tigergate: molte compagnie come Gillette hanno infatti revocato la sponsorizzazione al campione per motivi d’immagine.
Il caso di EA però è diverso, perché un conto è togliere la faccia di Woods dalla pubblicità dei rasoi, ben altro sarebbe farlo in un gioco incentrato sulla sua immagine e, soprattutto, in sviluppo ormai da mesi. EA sta infatti per lanciare Tiger Woods PGA Tour Online, nuovo episodio che rinnova la serie spostando l’accento sulla competizione via Internet. L’incidente di Woods, alle soglie di un lancio così delicato, non avrebbe potuto avere un tempismo più azzeccato.
Se EA avesse deciso di abbandonare il progetto, sarebbe stato dopotutto comprensibile: un gioco online ha bisogno di persone, e richiamare le persone attraverso un personaggio compromesso non è poi questa gran pubblicità. Specie negli Stati Uniti (ma anche noi non scherziamo, si veda il caso Marrazzo), dove atti come quelli di Woods sono particolarmente infamanti. Consideriamo anche che di questi tempi l’industria videoludica ci tiene ad essere family-friendly e che i videogiochi, giustamente, non rientrino nel novero dei vizi assieme a sesso, droga e rock ‘n roll.
Fortunatamente EA Sports, nella persona di Peter Moore, ha deciso di continuare nonostante tutto con la pubblicazione del titolo. La scelta è coraggiosa, ma c’è da essere contenti che qualcuno si sia tirato indietro da una mentalità comune da paesello, dove dietro dichiarazioni ufficiali di simpatia sono tanti quelli che preferiscono allontanarsi da chi è stato colto in flagrante. C’è da essere contenti soprattutto perché è stata una compagnia videoludica a schierarsi così apertamente, dimostrando che l’industry, più che mai adesso, non è slegata dalle vicende del mondo. In altre parole, i tempi dei giochi sono finiti, e la scelta di EA avrà risonanza al pari di quella di tutti gli altri sponsor.
Non solo, EA è stata anche una delle poche a ricordarsi che Woods è, prima di tutto, un campione entrato a pieno diritto nella storia. Un titolo che le riviste scandalistiche, ma anche la stampa regolare, sembrano avergli tolto di dosso come se la vita privata avesse qualcosa a che fare con quello che è successo (e succederà ancora?) sul green. Poche storie, come scrive Moore sul suo blog: “in EA Sports si fanno simulazioni sportive autentiche. Quando diciamo It’s in the Game non è solo una frase di richiamo, ma un’affermazione della qualità e autenticità dell’esperienza ludica”. Proprio così, è nel gioco, e il gioco non guarda in faccia chi sei, ma solo quanto vali. Una bella dimostrazione di maturità da parte di un mezzo, il videogioco, ritenuto immaturo per eccellenza. Non trovate?