Favola (videoludica) di Venezia

Venice pixel art

Barando un po’ si potrebbe quasi dire che tra i videogame e Venezia esiste una specie di legame, anche se a giocare pulito è possibile tracciare un legame tra Venezia e qualsiasi cosa. In questo momento mi viene difficile ricordare tutti i titoli che hanno ospitato la città galleggiante nei loro fondali in bitmap o tra le pieghe dei poligoni: mi viene in mente lo stage di Andy in Fatal Fury 2 (che poi il perché un guerriero americano tamarro come lui abitasse in Italia resta un mistero), dove una veduta dei canali dalle proporzioni sballate si riproponeva in loop ancora, ancora, e poi ancora. Mi ricordo anche di Ninja Gaiden 2, e certamente non potrò dimenticare tanto in fretta la magnifica ricostruzione messa in scena da Ubisoft con Assassin’s Creed II, una conferma che i videogiochi, prima ancora di essere testi, sono luoghi a tutti gli effetti. Proprio ora mi sto convincendo che persino i tubi di Miyamoto sono in qualche modo legati alla città galleggiante, e anche se non mi viene in mende un posto migliore per arricchirsi facendo l’idraulico, fose sto perdendo la bussola. Del resto Venezia stessa è un videogioco, un labirinto pazzesco alla Pac-Man che richiede delle skill molto precise per cavarsela, altrimenti si finisce con il perdersi in un nanosecondo steccando le indicazioni dalla stazione fino a San Marco, passando la notte in Fondamenta girando a caso come Corto Maltese o cercando di recuperare punti ferita sui vaporetti. E se non è proprio un videogioco, un gioco lo è di sicuro, da quelle parti dove il carnevale è ancora un grande rito collettivo.

Pilotati da quest’introduzione non vi sembrerà più un caso che proprio Venezia abbia avuto il gusto di ospitare i videogiochi all’interno della Biennale 2011, dopo tutte le provocazioni sbocciate lo scorso anno sulla scorta del noto articolo di Ebert, e dopo che gli Stati Uniti hanno recentemente riconosciuto che il game design è espressione artistica. Naturalmente la questione non è chiusa, e anche se fa un po’ 2010 la si dibatte ancora parecchio; ma in fondo quando un organismo lotta per uscire dal bozzolo, un po’ di casino ci scappa sempre. Il casino è un gioco divertente, e tutto sommato ci indica che anche il tempi sono quelli giusti: è assolutamente sensato che un evento come Neoludica. Art is a game 2011-1966 sia stato verniciato proprio quest’anno, non poteva andare diversamente. Musea Game Arts Gallery, E-Ludo Lab, Fabbrica Arte e il Centro Candiani nella scatola di Neoludica sono riusciti a farci stare di tutto, declinando l’idea videogioco in quasi ogni forma possibile. I trentatré artisti che hanno aderito all’iniziativa si sono espressi nelle maniere più bizzarre: creando videogiochi, creando videogiochi noiosi, non creando videogiochi, rompendo videogiochi, freezando videogiochi, rubando dai videogiochi, facendosi derubare dai videogiochi, il tutto sotto la provocatoria egida di Matteo Bittanti (che non legge un libro dal ‘78, dice lui, e a questo punto speriamo sia vero) e Domenico Quaranta, che con l’urlato ITALIANS DO IT BETTER!! hanno messo in piedi un padiglione italiano alternativo e scellerato, a conti fatti più originale di quello ufficiale.

Impossibile nominare tutte le opere presenti, ma ho voglia di segnalare almeno Average Shoveler di Carlo Zanni, che tanto mi ha fatto penare con i suoi interminabili caricamenti da farmi sentire preso in giro (se invece era fatto apposta, beh, chapeau); Italiani brava gente, sviluppato da Antonio Riello nel 1996, uno shooter talmente brutto, punk, garage e pizzamandolino che sembra la versione videoludica dello Zio di Brooklyn di Ciprì & Maresco, mentre Every day the same dream di Molleindustria aka Paolo Pedercini sfoggia un gameplay asciutto e grafica da cartoon UPA scolorita in un bianco e nero minimale alla Clerks. Segnalo anche i Santa Ragione di Fotonica, che prendono Mirror’s Edge e lo rivoltano come un calzino di Mizuguchi: magari provatelo, e ditemi se secondo voi l’avatar è maschio o femmina come Faith. Io me lo chiedevo di continuo mentre girovagavo a zonzo tra i boschi di The Path dei Tale of Tales, una versione horror di Cappucetto Rosso a metà tra Silent Hill e ICO. Avendo tempo è anche possibile seguire un percorso di realtà aumentata tra Venezia e Mestre, oppure buttarsi sul retrogame per palati fini proposto dagli onnipresenti ragazzi di Gamescollection.it.

Eppure, Neoludica non è l’unica occasione per i videogiochi a Venezia, quest’anno. Semmai è un presidio, un faro, ma le schegge videoludiche erano (sono) praticamente ovunque: all’Arsenale o ai Giardini, nascoste tra  i device incellofanati alla Christo del padiglione svizzero, o disseminate tra mille opere che richiamano l’estetica digitale della game art. Ma più di tutto era (è)  questione d’atmosfera: si poteva parlare di game design alle cinque del mattino passeggiando per strada, o trovare Pedercini in coda al padiglione inglese e scambiarci due parole al volo. Chissà quanti game designer, sound designer o artist hanno sfiorato i miei percorsi mentre giocavo al gioco di Venezia, un gioco dove ci si danno appuntamenti che non si possono rispettare, o ci si perde di notte per colpa di hint interpretati male sulle mappe dell’iPhone, nella speranza di non finire invischiati nella lotta tra Assassini e  Templari, o pestati da fighters tamarri. Quello che mi sono portato a casa è il pensiero che ormai i videogiochi sono dappertutto, citati con padronanza nelle serie tv pop e multitarget, nei film, nei libri, nella musica e nell’arte; i videogiocatori della prima ondata hanno superato i trent’anni e colonizzato tutti gli ambienti professionali e artistici. Oggi di videogame si può parlare senza vergogna; anzi, essere geek è di moda: Leonard Hofstadter e Sheldon Cooper sono i nuovi Fonzie e Richie Cunningham; nei teen drama il belloccio tormentato può giocare a Halo e restare fico, mentre Dylan Mckay era costretto a arrabattarsi con le poesie di Byron per fare colpo sulle ragazzine. Ho deciso di non preoccuparmi più di difendere i videogame: è solo un fatto anagrafico, mi basterà sedermi e aspettare che scorra ancora un po’ d’acqua sotto i ponti. Magari per ingannare il tempo mi faccio qualche partita.

Venezia in Assassin's Creed 2

La Venezia di Ubisoft è certamente la più bella vista in un videogioco, e Ezio in volo la gira meglio che in vaporetto

Every Day The Same Dream

Every Day The Same Dream: l'alienazione in bianco e nero di Molleindustria. Riflettete un secondo sul fatto che dai link disseminati nel pezzo potrete raggiungere e giocare le opere esposte a Neoludica, riflettete..

Fotonica

Fotonica, dei Santa Ragione: Mirror's Edge incontra Rez, e i due si innamorano.

Italiani Brava Gente

Italiani Brava Gente di Antonio Riello è una perfetta sitensi estetica di metà anni Novanta: così brutto e sporco, da essere bello

Sala dei Lanieri

Uno sguardo all'allestimento della Sala dei Lanieri...

Centro Culturale Candiani

...e uno a quello del Centro Culturale Candiani.

Lo staff di Neoludica

Lo staff di Neoludica al completo: bel colpo!

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