Si dice che il tempo aiuti a restituire la giusta distanza critica che serve per tornare a raccontare un evento doloroso di cui si è stati testimoni. Tra poco più di un anno sarà il decennale dell’attacco alle Torri Gemelle, l’avvenimento più importante della Storia recente che ne ha cambiato in modo irreversibile il corso. L’attacco frontale agli Stati Uniti e a tutto l’Occidente da parte del mondo fondamentalista islamico ha dato segno, in quell’istante, della propria potenza e al contempo ha scardinato l’aura d’invincibilità di cui l’America, soprattutto grazie al cinema che ancora oggi è una delle prime quattro industrie del paese, si era vantata per molto tempo. Ci sono voluti quasi dieci anni per tornare a parlarne, tranne qualche ovvia eccezione come l’omaggio all’eroismo dei pompieri decantato da Oliver Stone (Platoon) in World Trade Center o United 93 di Paul Greengrass (The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo) che ha concentrato il proprio sguardo (o meglio le proprie orecchie perché nel film si vede poco e si sente molto) su uno degli aerei dirottati; ma oggi l’America sembra pronta a considerare quei fatti parte integrante del proprio patrimonio culturale, non più solo un’insostenibile ferita emotiva. E’ notizia di questi giorni la volontà del regista inglese Stephen Daldry (The Reader) di adattare per lo schermo Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, uno dei primi romanzi legato ai fatti dell’11 settembre. E da qualche settimana è uscito nelle sale italiane Remeber me, film che come è stato sottolineato nella recensione qui su CVG, proprio nel finale, inserisce i fatti di quel giorno trattandoli come un elemento incidentale.
I tempi sembrano essere maturi per iniziare una rielaborazione del lutto costruttiva, per fare ordine dove le idee, quel giorno, si sono confuse. E quello che è successo ha provato a spiegarlo il filosofo sloveno Slavoj Žižek nel libro Benvenuti nel deserto del reale (il titolo del libro riprende la frase che Morpheus dice a Neo quando entrano in Matrix). Con le immagini in diretta dell’11 settembre si è verificata un’inversione di tendenza che ha portato l’immaginario hollywoodiano delle catastrofi e degli attacchi nemici a coincidere con la realtà. Per anni eravamo stati abituati a vedere film dove la minaccia aliena (spesso metafora del blocco sovietico) tentava di annientare la potenza americana distruggendo i simboli del potere come in Indipendence Day (regia di Roland Emmerich). Minaccia aliena nel senso di estranea ma anche minaccia naturale, come nel caso del filone di cui Deep Impact (regia di Mimi Leder) è forse uno egli esempi più riusciti. Dopo l’11 settembre molti film di genere catastrofico sono stati cancellati o posticipati.
E se l’attenzione del cinema americano sulla storia recente si è concentrata maggiormente sulle guerre in Medio Oriente, il momento per riparlare della grande ferita sembra essere arrivato. Non più attraverso la documentazione alla Micheal Moore (Sicko) in 09/11 o alla sferzata d’orgoglio piena di rabbia e di rancore mostrata da Spike Lee (Miracolo a Sant’Anna) in La 25ª ora. È tempo di parlare e discutere come fanno i protagonisti di Perdona o dimentica – Life During Wartime di Todd Solondz (Happiness) in uscita al cinema il prossimo 16 aprile perché come spiega Žižek, il contrario di esistenza non è inesistenza ma insistenza, ovvero tutto ciò che proviamo a rimuovere tende a emergere di nuovo, ed è quello che sta effettivamente accadendo. Resta forse ancora un ultimo punto da toccare, ed è quello legato alla rappresentazione della distruzione, della morte, tema di cui ci siamo già occupati la scorsa settimana con un approfondimento sull’etica del fotoreporter. Proprio nei giorni successivi all’attacco aereo dell’11 settembre al fotografo newyorkese Joel Meyerwitz è stato concesso di entrare a Gound Zero e documentare il luogo. Il lavoro ha dato vita a un album fotografico dal titolo Aftermath: WTC Archive che è la riprova di come l’arte riproduttiva, sia essa cinema o fotografia, seppur con un soggetto così terribilmente carico di morte (reale) può dar vita (e l’ultima immagine dell’articolo ce lo mostra) a un’immagine di rara bellezza.
Letizia Geron
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