Wolfman: la recensione

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C’è chi non crede alle leggende o ai detti popolari. C’è chi è superstizioso, chi cerca nel passato tracce di un possibile futuro, chi si aggrappa alla scienza per non cadere nell’abisso di qualcosa che non si conosce. C’è chi rifiuta anche l’evidenza. Poi ci sono boschi bui, paesi grotteschi, ville abbandonate…e la luna piena. C’è un po’ di tutto, nel nuovo film di Joe Johnston (Hidalgo – Oceano di fuoco), che riporta sul grande schermo il mostro cinematografico per eccellenza. Il lupo mannaro, a differenza dei suoi ‘colleghi’ come Dracula o Frankenstein, non trova fondamenti stabili nella tradizione scritta, non ha avuto nessun Bram Stoker e nessuna Mary Shelley. È nato dalla sceneggiatura di Curt Siodmak e dalla regia di Lon Chaney Jr, nel lontano 1941, e da quel giorno ha subito rivisitazioni di ogni tipo. A distanza di settanta anni, Johnston gli rende omaggio, e lo riconduce dritto dove era partito, dai boschi del sonnolento paesino Blackmoor e da una maledizione che esiste da troppo tempo.

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Partiamo dalla trama. Lawrence Talbot (Benicio Del Toro, I soliti sospetti) ritorna nella sua città natale perché avvertito della morte del fratello dalla fidanzata di lui, Gwen (Emily Blunt, Il diavolo veste Prada). Qui Talbot, famoso attore shakesperiano, ritroverà i fantasmi del passato ad attenderlo: la misteriosa morte della madre quando lui era solo un bambino, un padre (un intenso Anthony Hopkins, Il silenzio degli innocenti) che lo fece rinchiudere per un anno in manicomio e lo spedì in America per non averlo sotto gli occhi, un paese di persone meschine e chiuse, un’autorità incarnata dall’ispettore di Scotland Yard Aberline (Hugo Weaving, Il Signore degli Anelli) ottusa fino alla fine. Ma la morte del fratello non è stata l’unica. Gli omicidi sono tre, e i corpi sono stati tutti brutalmente squartati da qualcosa che sembra avere ben poco di umano. Nel cercare di scoprire cosa sia stato a commettere simili efferatezze, Talbot si ritrova in un campo di zingari durante una notte di luna piena e si scontrerà con il lupo mannaro, riuscendo a sopravvivere. Ma la maledizione si impossesserà di lui e lo trasformerà nella feroce bestia ogni luna piena. Verrà rinchiuso di nuovo in un manicomio, fino a quando riuscirà a scappare e a regolare i conti una volta per tutte con la sua famiglia, in un epico scontro finale. Sarà compito di Gwen cercare di strapparlo ai suoi istinti.

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Il sangue non manca nel film, al contrario, abbonda e se ne vede a fiumi, nel senso letterale del termine. Ma in fondo è così che uno spettatore se lo aspetta. Quello che manca, al contrario, è una sceneggiatura che non freni l’intensità delle interpretazioni dei tre attori protagonisti, soprattutto quella di Anthony Hopkins, magistralmente incastrato nel ruolo di padre-padrone e in quello di uomo maledetto in cerca di pace. Tuttavia, i dialoghi a volte deboli sono compensati da una scenografia gotica e una fotografia sempre in cerca del grottesco, che sono l’elemento di forza del film. Gli ambienti rispecchiano visivamente quello che la storia tenta di dirci: il lupo mannaro non è un mostro come tutti gli altri. Quello che da sempre attrae di questa bestia feroce, infatti, non è la sua forza, né la spettacolarità, ma qualcosa di molto più ancestrale legato al nostro essere umani. Il lupo mannaro è parte di noi, è un uomo condannato ad affrontare la vita senza poter rinnegare o sopprimere i propei istinti più violenti. È qualcosa in cui tutti possono in qualche modo identificarsi. Per questo ci fa paura, e per questo continuiamo a sviscerarne i vari aspetti psicologici, illuminando ogni volta diversi angoli e analizzandoli da diverse prospettive.

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Johnston in questa versione ha dato rilevanza agli aspetti più dark dell’opera di Lon Chaney servendosi di una troupe da Oscar: Milena Canonero per i costumi, Rick Baker per il trucco e gli effetti visivi (la scena in cui vediamo la trasformazione di Talbot in lupo è magistrale) e Rick Heinrichs per le scenografie; tutti hanno dato un contributo fondamentale al film e lo rendono decisamente godibile. E anche Johnston ha fatto la sua parte, dando vita, a livello registico, a scene molto forti e traducendo in immagini lo stato mentale di Del Toro. Due su tutte: la scena in cui vediamo i ricordi di Talbot bambino prendere forma, dove il regista ci rende visivamente l’inquietudine di un bimbo di dieci anni nel vedere la madre grondante di sangue e il conflitto interiore che ne deriva, e la scena girata al manicomio di Londra, dove Talbot viene nuovamente rinchiuso da adulto. Qui, assistiamo ai metodi ‘poco ortodossi’ usati nel secolo scorso per la cura delle malattie mentali, le torture a cui venivano sottoposti i pazienti, e che Talbot già conosce bene. Sempre nella stessa scena, vediamo il padre confessare i suoi segreti al figlio, rivelare a che grado di follia la maledizione lo abbia condotto, e dare inizio alla sua sete di vendetta. Altro punto di forza del film è lo scontro edipico tra Hopkins e Del Toro, un re e un principe in lotta per la supremazia, un tema che è decisamente raro trovare così sviscerato in un monster movie destinato al grande pubblico. Ma ciò non toglie che, usciti dalla sala, la paura è poca e si ha la sensazione che manchi qualcosa di più profondo.

Voto: 7/10

Valeria Mencarelli

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