Speciale Eastwood: un vero moralista, Million Dollar Baby

Una piccola palestra da pugilato di periferia racchiude una storia immensa, forte e commovente nella carica di umanità e di introspezione che contiene. Million dollar baby (2005), è un altro tassello fondamentale nel percorso registico di Eastwood. L’esistenza appare più reale se la si scandaglia dentro i suoi margini: Frankie (lo stesso Clint), è un vecchio allenatore di pugilato pacificato e senza rancori, che rifugge a priori il successo, contraddicendosi nel costruire abilmente i suoi pugili e allo stesso tempo nel proteggerli da rischi inutili. Agisce a modo proprio, senza badare al parere corrente. Poco sappiamo di lui, a parte questo. È un padre ‘mancato’, lo apprendiamo (riceve indietro sistematicamente lettere spedite a sua figlia), ma non ne conosciamo il perché. Pensa troppo Frankie, e frequenta Dio, ‘tormentando’ il suo pastore padre Horvak con quesiti trinito-teologici. Il pezzo di palestra viene diviso con Eddie (un Morgan Freeman sempre all’altezza dei ruoli che ricopre), ex pugile e amico monco di un occhio (la cui perdita e colpa è un altro segno che Frankie si porta dentro), voce narrante della vicenda che di lì a poco toccherà i due in modo indelebile.

Nella tranquilla routine di una vita vissuta volutamente ‘clandestina’ e lontano dai clamori, arriva Maggie Fitzgerald (una forte e tenera Hilary Swank), essere ai margini, al pari loro, con dentro l’unico sogno capace di farla sopravvivere e resistere in una vita di abbandoni e di mancanza di bellezza: diventare una campionessa di pugilato. Maggie ha 32 anni e il pugilato, anche se tra donne, richiede una freschezza e tempra più acerbe, ma la sua vecchiaia sportiva viene compensata da una carica interiore e determinazione che è forza di disperazione: Maggie non ha altra via di uscita per se stessa. Orfana di padre, con un’appendice familiare rozza e bestiale, completamente sola, senza amori e affetti, si mantiene come cameriera, portandosi gli avanzi dei clienti nel letamaio in cui vive. Ha scelto Frankie, inconsciamente come padre e consapevolmente come allenatore: vuole solo lui per vincere e realizzare il suo sogno. E Frankie alla fine cede, si lascia convincere. Comincia in questo modo una delle storie d’amore più belle e toccanti, la storia di un padre mancato e di una figlia mancata che diventano l’uno per l’altro padre e figlia necessari.

Maggie inizia la sua ascesa nel mondo della boxe e Frankie la segue con premura e timore, dando vita a un’alchimia dei margini che porta Maggie a trionfare e a realizzare il sogno di sempre. E non da copione, arriva implacabile la mannaia, a ‘mettere a posto’ un ordine che pare terribilmente e spietatamente condannare certe anime a un destino nel quale si nasce e dentro il quale bisogna rimanere. Frankie sarà chiamato alla prova più forte: Maggie, immobilizzata in un letto d’ospedale, ridotta a un vegetale, rimetterà, con una carica d’amore assoluto la propria vita nelle mani del suo padre putativo nella richiesta di un gesto (l’eutanasia), unico mezzo per farla volare via con ancora negli occhi la gloria e il fuoco di un sogno realizzato.

Con la sua solita essenzialità registica, accurata fino al midollo (non tralasciando neppure il ring e le sue sequenze di ‘taglio e pulizia’ impeccabili), Eastwood ci fornisce una grande lezione di vita, dando peso e facendoci riconoscere la solitudine, la disperazione, il coraggio, la paura e l’amore. Affrontando, in più, in maniera assolutamente personale e controcorrente, lontano dal falso moralismo americano, il tema delicatissimo dell’eutanasia. Sfida senza alcuna saccenza l’ortodossia religiosa, mostrando come la complessità dell’unicità dell’esistere di ogni essere umano impedisca una pronuncia definitiva e irrevocabile al riguardo. Dominatore degli Oscar del 2005: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attrice Protagonista (Hilary Swank) e Miglior Attore Non Protagonista (Morgan Freeman).

Maria Cera

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