Speciale Eastwood: La trilogia del dollaro

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Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Queste tre pellicole possono essere considerate il primo esempio riuscito di ’spaghetti western’, importante sottogenere di matrice italiana che incontrò tanta fortuna negli anni ‘60-70. Anche se non era nelle intenzioni del suo ideatore (Sergio Leone), i tre titoli vennero considerati parte di una trilogia proprio grazie al successo del protagonista indiscusso: l’enigmatica figura dell’uomo senza nome interpretata da Clint Eastwood (che indossa lo stesso sarape/poncho e lo stesso cappello e tratteggia la medesima mimica nei tre film).
Per un pugno di dollari si ispirò a Yojimbo (La sfida del Samurai) di Akira Kurosawa del 1961 (in realtà Leone fu accusato di vero e proprio plagio da Kurosawa, che vinse la causa). Visto che si trattava del primo film di questo tipo a essere mostrato negli States, molti membri della troupe e del cast assunsero nomi americani: Sergio Leone alias Bob Robertson, Ennio Morricone alias Dan Savio (ma in alcuni titoli è Leo Nichols), Gian Maria Volonté alias John Wells.

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Furono proprio l’indole e il modo i cui appariva Eastwood a delineare le caratteristiche tipiche del suo personaggio, decretandone il successo: solitudine, laconicità, un cinismo mai assoluto, l’attesa tranquilla pronta a scattare con velocità e precisione nel colpo di pistola. Su questa base furono aggiunti la barba e il cigarillo in bocca (Eastwood non fumava, e fu per lui un vero e proprio ’supplizio’ dover sentire quel sigaro in bocca). Nonostante Leone avesse a disposizione un budget ai limiti del ridicolo per realizzarla, in questa prima pellicola il ’suo western’ è già saldo nei propri elementi assolutamente rivoluzionari: no indiani, no donnette da quattro soldi, la morale è schiacciata dentro una terra arida e spietata, dove la prima regola è sopravvivere. Polvere, sudore, facce segnate dal sole: ci confrontiamo con antieroi astuti, contorti, senza alcuno scrupolo. La pistola e il fucile, compagni inseparabili e vero e proprio mezzo di comunicazione e di affermazione. Tecnicamente, pregevolissime innovazioni nel linguaggio: la ripresa in soggettiva, il primissimo piano, dove lo sguardo perfora lo schermo, il grandangolo marchia i dettagli, caricandoli di significato, di simbolismo. Un montaggio capace di rendere palpabile il silenzio e le psicologie: lo studio reciproco dei duellanti, l’attesa carica di tensione pronta a esplodere negli spari liberatori e definitivi. E, infine, la musica: Morricone entra nella storia del cinema con l’arrangiamento di Pastures of Plenty, di Woody Guthrie e il fischiettio di Alessandro Alessandroni.

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In Per qualche dollaro in più, l’uomo senza nome assume un soprannome: ‘Il Monco’, perché usa solo la mano sinistra, lasciando la destra (il cui polso è fermato da una fascia di pelle) sempre libera per sparare. E verrà affiancato dal colonnello Douglas Mortimer (Lee Van Cleef), abile cacciatore di taglie quanto Il Monco, entrambi girovaghi per il Nuovo Messico alla ricerca dei criminali della zona più ‘appetibili’. Leone, grazie al successo del primo film, ha a disposizione un budget più consistente che gli permetterà di spaziare nella sceneggiatura, rendendo la trama più complessa e aggiungendo nuovi personaggi: riconfermato Gian Maria Volonté (nei panni dell’Indio), mentre, oltre a Van Cleef, fa la sua apparizione Klaus Kinski, gobbo e nevrotico. Il cinismo de Il Monco si scontra e confronta con la sete di vendetta del Colonnello. Alla fine l’uomo senza nome si rivelerà meno cinico del previsto: rinunciando alla taglia, salverà il Colonnello e lascerà lealmente il duello finale con l’Indio a chi deve farsi giustizia. Tecnicamente, assistiamo alla nascita del vero duello in stile ‘leoniano’, che marcherà definitivamente la storia del genere: una melodia creata da un carillon (ennesima brillantezza musicale di Morricone) scandisce i secondi verso la morte di uno dei due duellanti: Lee Van Cleef e Gian Maria Volontè. Per buona parte della critica, il film meno riuscito della trilogia.

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Il buono, il brutto, il cattivo è la pellicola più celebre, considerata la quintessenza del genere spaghetti-western. Per completare la trilogia e per sfuggire al rischio della ripetizione, Sergio Leone portò il numero dei protagonisti da due a tre: si aggiunse così Eli Wallach e fu introdotto un elemento storico: la guerra di secessione americana. Tre pistoleri inseguono un carico d’oro scomparso: Tuco (Eli Wallach) è il brutto; il Biondo (Eastwood) è il buono; Sentenza (Lee Van Cliffe) è il cattivo. L’idea base che portò allo sviluppo della sceneggiatura era quella di demistificare le tipologie: un assassino può mostrarsi un sublime altruista, un buono può uccidere con totale indifferenza, un uomo brutto può rivelarsi capace di molta tenerezza. E, inoltre, Leone voleva mostrare l’assurdità della guerra, non esitando ad inserire punti di vista personali, espressi attraverso le parole del Tuco e del Buono che osservano il campo di battaglia. Esemplare e memorabile, la scena del ‘triello’ (scontro a tre): tutti gli stilemi tecnici vengono acutizzati e amplificati, compreso il montaggio sempre più rapido, e a chiudere la cornice, sublime, l’ennesimo tocco musicale di Morricone. Clint Eastwood non poteva iniziare in un modo migliore l’ingresso nel cinema dei grandi.

Maria Cera