“L’uomo senza nome” è ritornato: ma questa volta il solitario e vagabondo Clint abbandona il fucile e la violenza per gettarsi a capofitto nell’amore. Iowa, estate del 1965: Robert, 52enne (Eastwood, che lo interpreta, ne ha molti di più in realtà) fotografo del National Geographic Magazine asociale e indipendente, giunge a Madison County per un servizio sui celebri ponti coperti. Nel cercare il luogo da fotografare, incontra casualmente Francesca (Meryl Streep), 45enne casalinga di origini italiane, moglie di un tranquillo agricoltore americano e con una carriera da maestra messa da parte per i figli, che lo aiuta a raggiungere il ‘luogo misterioso’. Tra i due scocca, improvvisa e dirompente, la scintilla del vero amore. Francesca è per 4 giorni da sola (marito e figli sono fuori per una fiera) e dopo i primi reciproci tentennamenti, la passione non può che esplodere, inevitabile. Per entrambi, l’incontro risulta una rivelazione: Francesca prende atto che Robert rappresenta tutto ciò che ha sempre desiderato rispetto alla monotona e stantia esistenza che vive e al legame col marito. Robert percepisce in Francesca quella completezza-solidità che, dopo il divorzio, aveva allontanato con la sua vita da girovago. La invita ad andare via con lui, a ricominciare insieme. Ma la donna si rende conto che quell’intensità non avrebbe potuto avere altro spazio che quei giorni: che il dedicarcisi anima e corpo nella quotidianità ne avrebbe fatto svanire la sua vera essenza. Decide di restare con il marito e di vivere Robert nel ricordo dei 4 giorni più importanti e intensi della propria esistenza.
Tratto da un bestseller (romanzetto rosa di Robert James) di cui Eastwood ha vinto la gara per i diritti (in lizza c’era anche Spielberg), il film rappresenta un piccolo ‘miracolo’ del melodramma, riuscendo il regista a dare corpo e spessore a situazioni e stereotipi romantici iperabusati. Merito innanzitutto degli interpreti: Eastwood, virile e intenso nell’impronta di mistero che riesce a creare attorno a Robert; la Streep, densa nel rendere esitazioni e il crescendo in sé di sensualità e consapevolezza del sentimento di cui è preda. Il regista usa l’espediente del flashback, facendo vivere la storia attraverso le parole scritte dalla madre ai propri figli nei diari che la donna, morta, ha lasciato in eredità insieme alla sua ultima volontà. Introduce pure un ex novo narrativo (assente nel romanzo), ossia il raddoppio emozionale: il narrare in parallelo le vicende della madre e di Robert e la reazione dei figli di Francesca (il maschio, retrogrado, la femmina, anticonformista) di fronte all’avanzare nella scoperta delle tappe dell’amore della loro madre e di Robert.
Ad una iniziale e scioccante sorpresa e rifiuto di rispettare l’ultima volontà di Francesca, sopraggiunge mano a mano un cambiamento nel loro modo di percepire la vicenda di cui sono testimoni posteri, traendone essi stessi beneficio nel valutare i propri rapporti sentimentali e se stessi. Eastwood compone un film lirico, nel quale (forse inevitabilmente, data la scelta narrativa e di tematica affrontata) non mancano punti morti, prolissità e staticità. Tuttavia riesce a rendere la tensione sentimentale-passionale, avvicinandosi a momenti di autentica commozione e di pathos, attraverso l’ottica obliquamente femminile (quella di Francesca) da cui ha deciso di osservare la vicenda. Dandone, naturalmente (e come sempre nei film che scrive e dirige), una sua personale lettura.
Maria Cera
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