Speciale Eastwood: il femminismo di Eastwood, Changeling

Una delle colonne sonore (composta direttamente da Clint) più indimenticabili e che esprime esattamente, emozionalmente, il dolore che nel tempo diviene insieme malinconia e nostalgia. E che è dentro la protagonista indiscussa: Christine Collins (alias Angelina Jolie, anch’essa indimenticabile, assolutamente all’altezza del ruolo ricoperto). Quella musica è l’esternazione del suo sentimento, della sua condizione. Sola per sempre, privata di una parte di se stessa per sempre e per sempre dentro la speranza di ricongiungersi a quella porzione che manca. Eastwood, in concorso al Festival di Cannes per la quinta volta con Changeling (2008), affronta una storia delicatissima senza perderne il controllo (a parte qualche inevitabile contatto con la retorica), lavorando su di un doppio binario: il primo, caro alla sua etica, si concentra sulla sfida al potere e all’ingiustizia da parte di singoli individui, che lottano disperatamente in ciò in cui credono e in nome della verità; l’altro è lo sguardo sulla società e su come in passato la solidarietà della collettività e il sostegno ai singoli ‘folli’ che combattevano l’arroganza del potere non mancasse, rendendo tale lotta più concreta, differentemente dal nostro momento storico.

Lo sceneggiatore J. Michael Straczynski, grazie alla segnalazione di un amico, aveva sottratto al macero gli atti di un processo tenutosi negli anni Venti a Los Angeles relativo a un caso assolutamente inquietante e orribile per il congiunto accanirsi ed incastrarsi di elementi e situazioni: Christine Collins è una capo centralinista ed ex ragazza madre. Una donna sola, indipendente, con un ruolo di responsabilità (sicuro elemento di rottura per quell’epoca), che vive con suo figlio Walter di 5 anni. Il 10 marzo del 1928, rientrando a casa dal lavoro, non trova Walter ad aspettarla come al solito. Sembra scomparso nel nulla. La donna si rivolge a una polizia inetta e corrotta (‘nutrita’ dalla Grande Depressione alle porte), che dopo 5 mesi si presenta a casa sua riportandole un bambino che afferma di essere Walter e che un po’ gli somiglia. Christine, pressata dagli eventi e dall’attenzione che la sua vicenda aveva suscitato nella comunità, prende il bambino con sé. Tuttavia il sospetto diventa certezza: non riconosce in quel bambino il suo Walter. Dello stesso avviso, anche le persone che conoscevano bene Walter, tra cui l’insegnante e il medico. Ma la polizia, non volendo ammettere il proprio errore, desiderosa a tutti i costi di offrire all’opinione pubblica ‘un lieto fine’, non crede a Christine.

Christine protesta (gesto impensabile per una donna sola e senza marito), e viene internata in manicomio come squilibrata. La tenace (tanto forte quanto minuta) madre non si arrende, comprendendo in internamento che le donne non sfidano il sistema: lo subiscono, e tutt’al più raccontano la loro storia. Sostenuta dal reverendo Gustav Briegleb, attivista della comunità presbiteriana locale (un insolito John Malkovich nei panni di buono), continua a lottare affinché le ricerche di Walter continuino. Inaspettatamente, la svolta: un investigatore per minori scopre l’uccisione di venti bambini (tra i quali figura Walter) da parte di un serial killer. Gustav fa liberare Christine e la donna intenta causa alla polizia. Alla fine la verità viene a galla, anche se mai completamente e non dando pace a Christine e alla speranza che tra i bambini scampati al massacro ci possa essere il suo Walter. Eastwood accompagna e accarezza la sua eroina con ogni movimento di macchina, la sostiene e la incoraggia, è con lei nel suo dolore e nella sua lotta con una delicatezza, una forza e una tenerezza estreme. Si respira grande cinema quando si è capaci di insinuarsi dentro le viscere e i nervi scoperti, offrendoci la percezione del grande mistero della vita. E con quest’ennesima prova, Eastwood si rivela uno degli autori maggiormente dotati di tale finezza.

Maria Cera