Somewhere. Strada deserta, una pista circolare, il motore inconfondibile di una Ferrari che entra ed esce dal campo senza che l’azione abbia un senso, puro ritmo, nessuna meta. La vita del divo hollywoodiano Johnny Marco (Stephen Dorff) può essere riassunta in questa piccola ma intensa sequenza. Così si apre il nuovo, personalissimo (capo)lavoro di Sofia Coppola, Somewhere, presentato e accolto con calore alla 67. Mostra del Cinema di Venezia. Sapori autobiografici emergono con una prepotenza quasi disarmante. È la storia di un padre che ha perso qualsiasi slancio. Ha tutto, soldi, donne, successo, una figlia dolcissima, eppure il vuoto sembra mangiarlo dentro, secondo dopo secondo, fotogramma dopo fotogramma. La scansione temporale e il maniacale equilibrio con cui la Coppola ha ri-costruito uno spaccato di vita a lei, figlia del grande Francis Ford, così vicino, sono seriamente disarmanti. Tutto è ingigantito dallo spreco e dallo sfarzo che permette, almeno apparentemente, di far apparire le cose normali.
Somewhere. Johnny non ha fissa dimora, vuole stare isolato. Vive in un albergo costantemente attorniato da belle ragazze che lo intrattengono con streap tease e si concedono a suo piacimento. Johnny sta soffocando la sua vita sotto una campana di vetro che lui stesso si è costruito perché troppo avido di voler vivere al massimo. Come del resto succede alla sua bellissima Ferrari, macchina di classe, insuperabile, ma inevitabilmente destinata a perdersi nella confusione delle lunghe code delle highway americane. E le prime note di Love like a Sunset dei Phoenix con-fusa con il suono del motore dell’auto di Johnny sottolineano proprio questo ingranaggio inceppato, quest’apatia e questa mancanza di slancio.
È tutto esageratamente finto, ogni azione priva di senso, solo una banale routine. E anche il rapporto con la figlia adolescente Cleo, interpretata da un’intensissima Elle Fanning, si basa su presupposti inesistenti. Il sentimento che lega padre e figlia è profondamente fuori dall’ordinario. I due giocano a carte scoperte, solo un gioco di sguardi. Perché quando si tratta di sentimenti, della paura di rimanere soli, non è più una questione di fortuna. Si può andare al Casinò e vincere con un doppio 5 ma la fiducia degli altri, la comprensione e la condivisione di momenti di gioia non si possono comprare e nemmeno vincere.
Somewhere. Una rivisitazione sicuramente meno esotica delle stesse tematiche dello strabiliante Lost in Translation. La dimensione del non-luogo sovrasta prepotentemente Johnny fino a farlo soffocare. E se Bill Murray s’imbatteva nella dimensione esterna ed estranea del Giappone, in questo caso è proprio l’Italia e lo showbiz nostrano a rappresentare il massimo dello squallore con il sistema televisivo messo in mostra e ridicolizzato a partire dagli attori reali di quella squallida commedia. Sono infatti Simona Ventura e Nino Frassica a interpretare i presentatori della serata in cui viene premiato Johnny, con una Valeria Marini in veste di prima soubrette per il balletto. E la sequenza ha poco della messa in scena, purtroppo. Tutto è finto, tutto è al contempo drammaticamente reale, come lo storico Hotel Chateau Maromont, noto per essere stato il luogo in cui è morto John Beluschi e dove Johnny con sua figlia passano qualche momento insieme prima della consegna del Telegatto. E dove Cleo prende coscienza di non essere l’unica “piccola donna” oggetto delle attenzioni del padre.
Over the rainbow. Si percepisce che c’è tanto di Sofia Coppola in Somewhere. La cadenza del respiro cinematografico, il montaggio soppesato al fotogramma, insomma, tutti gli elementi linguistici di contorno risentono dell’incomunicabilità tra i due protagonisti. Ma a questa grande incomunicabilità si sostituisce una voglia di riscatto. Un lungo rettilineo si staglia all’orizzonte. Johnny parcheggia la macchina, scende, e inizia a camminare verso… somewhere.
Letizia Geron
