Shutter Island: l’isola della follia

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Quando Martin Scorsese decide di scavare nella psicologia di un personaggio violento, potete stare sicuri che quello che ne uscirà fuori sarà un capolavoro. Lo aveva già fatto nel 1976 con Robert de Niro in Taxi Driver, lo ha ripetuto nel 2006 con The Departed. Quest’anno con Shutter Island, sua ultima fatica, il regista americano meno premiato agli Oscar va ancora più in profondità nel tema della violenza, con una semplicità – solo apparente – da far sembrare il film quasi banale agli spettatori meno attenti. Ed è ovvio che un risultato del genere poteva raggiungerlo solo con l’attore che negli ultimi anni è stato il suo alter ego sullo schermo, Leonardo DiCaprio: attraverso ruoli sempre più ricercati, il sex symbol lanciato da Titanic ha dimostrato ampiamente di essere cresciuto e di poter raggiungere un’intensità recitativa fuori dal comune. Ma in questo film si fa guidare generosamente dalla camera di Scorsese, in un viaggio non poco complicato all’interno della psiche del suo personaggio.

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Il film non è un soggetto originale: tratto dal romanzo omonimo di Dennis Lehane, già scrittore di Mystic River, altro adattamento cinematografico perfettamente riuscito e premiato con l’Oscar, Shutter Island è ambientato nel 1954, all’apice della Guerra Fredda. Teddy Daniels, veterano della seconda guerra mondiale ora agente speciale, arriva sull’isola, sede di un manicomio criminale, insieme al nuovo partner Chuck Aule (Mark Ruffalo, Zodiac) per indagare sulla misteriosa sparizione di una paziente pluriomicida. Di fronte alla riservatezza del personale e degli psichiatri che lavorano ad Ashecliffe, i due agenti inizieranno a farsi sempre più sospettosi, fino a scoprire alcuni terribili segreti sulle cure riservate ai pazienti. Nell’avvicinarsi sempre più incombente di un uragano di categoria 5, Teddy dovrà fare appello alla sua lucidità e alla sua forza per non lasciarsi schiacciare dai fantasmi del passato che sembrano inseguirlo e che, forse, sono molto più reali di quello che sembrano.

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L’universo costruito da Scorsese è quello in cui si muove anche il suo personaggio. Visivamente, il film cresce da un inizio lineare e classico verso un finale dinamico, movimentato, un susseguirsi di immagini che sembrano estrapolate da una pellicola di Fritz Lang. Il regista stesso ha dichiarato di essersi fatto influenzare da film come Il Gabinetto del Dottor Caligari, capolavoro del cinema muto del 1920, e di aver attinto senza freni alla cultura europea di quegli anni, in particolare quella germanica. L’alternarsi sullo schermo di ciò che passa nella mente del protagonista, flashback, sogni, incubi, fantasie, immagini gotiche, ha reso la pellicola come un campo da gioco per Scorsese e per il suo essere virtuoso con la macchina da presa. Allo stesso modo, le scenografie diventano il personaggio aggiunto della storia: se con The Departed l’approccio visivo era più semplice perché il film aveva a che fare con la vita di strada, con Shutter Island “un determinato stato mentale doveva essere trasmesso in ogni singola inquadratura. Dovevamo trasmettere visivamente l’idea della mancata comprensione di quello che succede, di chi sia veramente responsabile e di chi ha il controllo” ha detto Scorsese. L’ambiente costruito dallo scenografo Dante Ferretti (già vincitore di due Oscar con Francesca lo Schiavo, per The Aviator e per Sweeney Todd) è claustrofobico, con i soggetti leggermente fuori quadro e l’onnipresente sensazione di essere prigionieri di un luogo da cui è impossibile fuggire. E non è esclusivamente un luogo fisico: è la propria mente da cui non si può mai veramente fuggire, perché crea meccanismi impossibili da aggirare. E quando ci si riesce, come nel caso del film, ci si ritrova nel mezzo di una patologia incurabile.

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Luci, fotografia, musica, tutto in Shutter Island è magistralmente orchestrato da Martin Scorsese per spiegarci come funziona la parte più oscura e che spesso cerchiamo di nascondere della nostra anima, quella che fa ricorso incessantemente al meccanismo della rimozione per salvaguardare la sua stabilità e che ci guida attraverso sensazioni non reali e costellate di violenza. Ma la violenza, in fondo, come ci ha detto lo stesso Leonardo DiCaprio, non è altro che una sofferenza esteriorizzata, che esplode in azioni inconsapevoli. La scena finale ci riporta bruscamente a una realtà che per tutto il film era solo stata accennata, i cui indizi rimanevano sommersi dalla confusione che regna sull’isola come nella mente del protagonista, e in cui l’intensità di DiCaprio e Michelle Williams, che interpreta la sua defunta moglie Dolores, si libera finalmente dei freni che la storia le aveva imposto, per regalarci un ritratto sincero e terrificante degli effetti che la follia della guerra ha su una famiglia.

Voto: 9/10

Valeria Mencarelli