Quando si parla di Cameron, James Cameron, ormai si pensa ad una miriade di effetti speciali che incanterà lo spettatore avvolgendolo in un caldo abbraccio. Basta il suo nome per risvegliare nella folla la voglia di andare al cinema e passare una serata davanti al grande schermo. Questo, probabilmente, è uno dei motivi che ha spinto il regista a produrre Sanctum 3D, l’horror tridimensionale di Alister Grierson (Kokoda). Se infatti si fosse pubblicizzato un film subacqueo in 3D di un regista (da noi) semi-sconosciuto, probabilmente l’avrebbero visto soltanto gli amanti dell’avventura e quelli del 3D. Ecco quindi l’esigenza di utilizzare la parolina magica JamesCameron-abracadabra per promettere successi al botteghino.
Ma nonostante la “presenza” di Cameron, il film non funziona. La pellicola racconta la disavventura di un gruppo di speleologi rimasti intrappolati in una grotta. Non essendo rimasti luoghi da esplorare sulla Terra, i protagonisti decidono di intraprendere un’avventura tra le grotte sottomarine in Papua. Nonostante i milioni spesi per l’impresa super tecnologica da un ricco imprenditore, i personaggi rimarranno bloccati nel sottosuolo a causa di un’improvvisa tempesta tropicale. Il pubblico non fa in tempo (e probabilmente nemmeno ci prova!) ad affezionarsi ai protagonisti della storia perché, sin dal principio, sa come andrà a finire: saranno semplicemente carne da macello, stupidi spauracchi all’insegna di una storia sin troppo nota. La sceneggiatura nata dalla penna di John Garvin e Andrew Wight, infatti, è davvero povera, priva del benché minimo briciolo di suspense. Come in un classico B-movie americano, i primi a morire sono gli stranieri e le donne mentre la poco azione rimanente spetta ovviamente agli unici americani virili e forzuti che, nonostante le avversità, non si arrendono mai. Quando l’ultima speranza è ormai perduta, infatti, arriva prontamente lo sterco di pipistrello a segnare la strada giusta, altro che molliche di pane di Hansel e Gretel! E se il difficile rapporto padre – figlio adolescente cerca di strizzare l’occhio a chi potrebbe simpatizzare con l’uno o con l’altro, i loro personaggi sono talmente poco approfonditi, da vanificare lo sforzo. Come dire: ennesimo buco nell’acqua!
Se le grotte, dunque, sono un santuario naturale, un inno della natura alla bellezza della vita, è chiaro che chi lo predilige come luogo di contemplazione, ci rimetterà le penne. L’utilizzo del 3D non mantiene le aspettative: a parte qualche effetto emozionante, il resto ricorda l’Alice in Wonderland di Tim Burton. Un’avventura non adrenalinica, un thriller non avvincente, un horror non riuscito. Comunque la mettiate, non ci resta che sperare che gli effetti subacquei per Avatar 2, dopo la prova deludente, siano decisamente migliori.
Martina Calcabrini
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