Paura in soggettiva: l’horror con la camera a mano

paranormal-activity01

Il fenomeno horror del 2010 è senza dubbio Paranormal Activity. Budget di soli 15.000 dollari, videocamera, ambientazioni ‘domestiche’, l’horror si ridimensiona e conquista il pubblico: ormai assuefatto da effetti speciali e trame/situazioni estremizzate fino all’osso, pare affezionarsi e risvegliarsi dentro prodotti dove la realtà si mescola con la fiction fino quasi a confondersi e nella quale riconoscersi con più autenticità. Niente sangue, né morti ammazzati visibili, ma una paura in soggettiva (personalizzata), legata a sensazioni generate dall’invisibile e dalle sue tracce, insieme all’uso di tecniche visive e narrative: la camera a mano, che ci proietta dentro la visione di chi direttamente filma, e di traverso, di chi guarda, ossia noi spettatori, immedesimati nello sguardo unico e nell’improvvisazione narrativa. È questa l’altra tecnica fondamentale: non c’è un canovaccio, si vive in stile reality, direttamente sulla propria pelle ciò in cui la camera si imbatte, con un coinvolgimento meno mediato e perciò di maggiore impatto.

blairwitch2

Questa tendenza ha degli apripista che in questo speciale andiamo a rintracciare: l’origine è l’arcinoto The Blair Witch Project (1999): horror amatoriale e prodotto marketing cinematografico per eccellenza. Girato con mezzi di fortuna nel 1997, è costato solo 35.000 dollari ai registi-produttori Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez, incassando, appena la prima settimana, oltre cinquanta milioni di dollari. Merito di un ‘effetto realtà’ abilmente programmato con largo anticipo rispetto all’arrivo nelle sale del film. Attraverso un sito web realizzato un anno prima, l’affissione di locandine ‘missing’ dei tre protagonisti della storia, l’uscita di un fumetto e, in contemporanea al film, di un libro. Per i molti che non hanno approfondito i segnali lanciati, The Blair Witch Project era la storia vera della scomparsa di tre ragazzi nei boschi attorno a Burkittsville (nel ‘700, il paese di Blair) mentre giravano un documentario sulla presenza di una presunta ‘Strega di Blair’, accusata di atti di violenza sui bambini del posto e della scomparsa di alcuni di essi. Il film appare come testimonianza del girato dei tre ragazzi, attraverso la tecnica del ‘video ritrovato’, fino alla loro sparizione: la camera a mano riprende ciò che essi vivono direttamente, e grazie all’espediente dell’autoinquadratura, i tre protagonisti diventano oggetto e soggetto del vedere (anche se in realtà nulla si vede, si avverte solo la percezione di una ‘presenza’), trasmettendo le proprie tensioni, paure e angosce a noi che le condividiamo in presa diretta con loro.

cloverfield1

Con Cloverfield, del 2008, diretto da Matt Reeves e co-prodotto da J.J. Abrams (produttore della serie televisiva Lost) siamo in presenza di un ‘disaster movie’ girato per la prima volta con camera a mano e con la tecnica del ‘video ritrovato’: a Manhattan, nel bel mezzo di una festa, un gruppo di amici è colto all’improvviso da una catastrofe, della quale scopriamo le fattezze attraverso le immagini filmate dai protagonisti della festa e le tragedie subite dagli stessi. Il film si apre con il marchio ‘Proprietà del Governo degli Stati Uniti’, a indicare che gli spettatori stanno guardando una memory card del video del caso ‘Campo di trifogli alias Cloverfield’, ritrovato nella zona conosciuta in passato come ‘Central Park’. La camera a mano, con la quale i protagonisti documentano ciò che gli sta capitando, svela in lontananza, ma non troppo, i tratti di una creatura gigantesca, la cui forma sfugge a una catalogazione visiva e di riconoscibilità: avvertiamo solo che è un’entità che sta letteralmente distruggendo New York, e la presa di coscienza di essere all’improvviso alla fine di tutto e di vivere la presenza dell’ineluttabile è amplificata proprio nel processo di immedesimazione della ripresa in soggettiva, che procede a ritmi sempre più caotici e frenetici, testimoniando ansia, terrore, angoscia, impotenza.

clover2

Anche stavolta la promozione del disaster movie è stata programmata in modo accurato e con largo anticipo, fino a 6 mesi prima, e successivamente alla proiezione, grazie al ‘viral marketing’ che ne ha prolungato la vita ben oltre l’uscita nelle sale: sono stati infatti allestiti alcuni siti web che trattavano gli eventi descritti nella pellicola come se fossero realmente accaduti e dai quali era possibile ricavare la presunta genesi del ‘mostro’.

Maria Cera

Fatal error: Call to undefined function related_posts() in /var/www/vhosts/cinemaevideogiochi.com/httpdocs/wp-content/themes/GrungeMag/single.php on line 40