
Non c’e dubbio, Nine è un film godibile, uno di quelli che riescono a tenere attaccato lo spettatore con tutto ciò che rende il cinema, e in particolare il musical cinematografico, un’opera ricca, in cui gli attori sono chiamati ad interpretare performance a 360 gradi: il canto, la danza, la recitazione sono composti in maniera impeccabile. Del resto il regista Rob Marshall, già premio Oscar per Chicago ci ha abituati a una certa maestria nell’integrare fluidamente la narrazione con tutto ciò che è la grande orchestra di un musical; tuttavia Nine, che negli Usa non ha ricevuto il favore di pubblico che forse ci si aspettava, mostra una certa carenza nella rappresentazione di un mondo, quello felliniano, che certamente non è semplice da rappresentare. L’operazione, forse troppo ambiziosa, si è avvalsa di un cast di attori internazionali di primo livello; anzi, potremmo dire che quasi non mancava nessuno, dal protagonista alter-ego di Fellini, interpretato da un sempre magistrale Daniel Day-Lewis, alle donne, o meglio alle prime donne che nella storia si rincorrono, lo ispirano, lo seducono.
La Storia è tratta da un adattamento portato in scena a Broadway con grande successo del capolavoro di Federico Fellini 8 e ½. È importante sottolineare fin da subito che i paragoni con questa immensa opera autoriale sono forse privi di senso, dal momento che è impensabile, come ha dichiarato lo stesso regista, fare un remake di un’opera così infusa dello spirito e delle visioni di un maestro del Cinema. 8 e ½ è un film d’autore e nel caso specifico è forse, tra i film di Fellini, quello che ne porta i segni più evidenti, proprio perché ci racconta, con la poesia e l’immensa forza immaginaria, i problemi e le visioni del regista alle prese con l’opera. La storia che mette in scena Nine, riadattata per il grande schermo da Tucker Tooley e Anthony Minghella, è quella di Guido Contini, regista di successo e alter-ego di Fellini che nella Roma della Dolce Vita (il film è ambientato nel 1964) viene inaspettatamente colto da un blocco creativo; la pellicola che dovrebbe realizzare, dall’emblematico titolo Italia, non ha un soggetto.

Da questo momento in poi Guido inizia una ricerca visionaria della propria ispirazione e lo fa confrontandosi o scontrandosi principalmente con le donne che lo hanno accompagnato, come la defunta madre, interpretata da Sofia Loren, o che ancora lo accompagnano come la moglie Luisa, personaggio forte e sofferto, interpretato magistralmente dalla bella e fascinosa Marion Cotillard; e ancora la focosa e fragile amante che ha il volto di Penelope Cruz. Accanto a loro ci sono anche la musa ispiratrice e star dei film di Guido, interpretata da Nicole Kidman, la sfrontata e modaiola reporter di Vogue, personaggio un po’ posticcio, a dire il vero, interpretata da Kate Hudson. In una girandola di musica, danza e meraviglie in stile Folies Bergere ed episodi del passato che riemergono, la vicenda si snoda come a tappe, quasi a comporre un collage di filoni narrativi, in cui Guido di volta in volta rielabora il suo rapporto con ognuna di queste donne e attraverso questo riannoda i fili sparsi della propria esistenza e della propria Arte. Solo alla fine, dopo aver confessato al suo amico e produttore Dante, che ha il volto di un inaspettatamente bravo Ricky Tognazzi, di non essere in grado di proporre alcun tipo di idea per il film da realizzare, Guido riuscirà ad affrontare la crisi a viso aperto per uscirne definitivamente dopo due anni di silenzio, tornando infine dietro la macchina da presa, in un finale commovente in cui la magia del fare cinema vince su tutto.

Tra le diverse linee narrative che si intersecano tra di loro, assume un’importanza rilevante quella del rapporto di Guido con la moglie e l’amante, in cui chiaramente il personaggio di Luisa adombra in modo evidente Giulietta Masina, la fedele e instancabile compagna e sostenitrice di Fellini in tutta la sua vita professionale e privata. La costruzione di questo triangolo è stata narrata in maniera abbastanza convincente con una Marion Cotillard che riesce a rendere intenso e a tratti commovente il percorso di vita di una donna che faticosamente e con grande forza d’animo riesce a sostenere Guido malgrado le sue crisi, i suoi tormenti e i suoi tradimenti, primo fra tutti quello con Carla, una donna fragile e semplice. Anche i momenti del ricordo, narrati in bianco e nero,sono intensi nella loro immediatezza e sono anche i più ispirati all’iconografia di Fellini. In questo senso, è significativa la sequenza in cui Guido ricorda se stesso bambino e i suoi incontri con la Sereghina, una sorta di prostituta selvaggia, figura autenticamente felliniana nella sua ingenua trivialità, interpretata da Fergie.

Accanto a dei momenti di elaborazione autenticamente evocativa, quello che forse manca, in questo rutilante e un po’ pomposo affresco, è la capacità di rendere in maniera convincente e un po’ meno patinata l’atmosfera di quell’epoca, di quella Roma. Certamente un musical ha le sue regole, anzi è un genere piuttosto complesso da gestire perché prevede anche l’uso di altri linguaggi artistici, però non è detto che debba per forza essere grandioso o celebrativo come in certi momenti è questo film. Dietro le scenografie bellissime e le coreografie avvincenti, è forse rimasta in ombra una rappresentazione onesta di quella Roma della Dolce vita, una Roma fatta di bordelli, giovani gigolò e prostitute accanto alle star di Hollywood, che ben presto ci avrebbero abbandonato; tra l’altro proprio Fellini ci ha offerto una rappresentazione molto più sorniona e ironica di quel periodo, in un film poco conosciuto, dal titolo Roma. Accanto a questo, però va anche detto che, da un punto di vista produttivo, forse l’operazione non è proprio al passo con i tempi: questo genere di film, di stampo classicamente hollywoodiano, ha serie difficoltà a trovare un pubblico nell’odierno mercato cinematografico, che risulta molto più frammentato e targhettizzato, rispetto a un soggetto che probabilmente trattato in maniera diversa avrebbe potuto dare vita ad esiti più interessanti. Rimangono però nella mente la spettacolarità puramente performativa di alcune scene costruite da un vero maestro del musical come Rob Marshall e un Daniel Day-Lewis assolutamente eccezionale, qualche volta quasi fastidioso tant’è la sua bravura.
Voto: 8/10
Vera Mancini
Fatal error: Call to undefined function related_posts() in /var/www/vhosts/cinemaevideogiochi.com/httpdocs/wp-content/themes/GrungeMag/single.php on line 40