Il prestigioso incarico di redigere la biografia del primo ministro proietta un anonimo scrittore in una torbida e pericolosa rete di potere, in cui scoprirà segreti che metteranno a repentaglio la sua stessa vita. Diretto da Roman Polanski (Oliver Twist), questa pellicola è stata forse la più chiacchierata del Festival di Berlino appena trascorso ed il motivo, aldilà dei puri meriti cinematografici, lo sappiamo tutti: il regista non ha potuto essere presente alla prima perché si trova agli arresti domiciliari in Svizzera per una faccenda di molestie vecchia di decadi. È quindi buona cosa aver potuto sentire parole di conforto e fiducia praticamente da ogni collaboratore di Polanski, tra cui vorremmo ricordare Ewan McGregor (L’uomo che fissava le capre) che sostiene: “La sua assenza si sente molto perché Roman conosce ogni dettaglio dei suoi film”.
La storia, tratta da un romanzo di Robert Harris, è ispirata a quella del primo ministro Tony Blair e, pur non aspirando ad essere un film denuncia, punta energicamente il dito contro il sistema. Ma conosciamo bene Roman: il suo è un cinema teso, preciso, visionario, basato sulla forza del cinema stesso piuttosto che su facili teoremi cospirativi (pur sfoggiando con coraggio scomodi riferimenti ad Iraq e CIA). La figura del ghostwriter (chi scrive per conto di terzi accettando di restare, per l’appunto, nell’ombra) è qui funzionale ad una più ampia riflessione sulle necessarie macchinazioni che il potere architetta per autoconservarsi. E non sappiamo se a causa del metodo Stanislavskij o per mere ragioni contrattuali, ma il nostro ex trainspotter McGregor cattura le simpatie delle frange più estremiste della redazione asserendo che “i politici decidono al posto nostro e poi si nascondono da qualche parte nel mondo, dove continuano a parlare e guadagnare. Questa è una cosa che mi fa arrabbiare”.
Girato in gran parte nella stessa Berlino, L’uomo nell’ombra si avvale anche della recitazione dell’ex James Bond Pierce Brosnan, anch’egli traumatizzato dall’arresto del regista che considera “una persona dalla vita intensa e dalla grandezza inesprimibile”. Ed in effetti, riflettendoci, la sua biografia è un caso più unico che raro: fuggito ai nazisti da piccolo, si affermò come regista ed attore assieme alla moglie Sharon Tate. Nel 1969, incinta all’ottavo mese, lei fu massacrata da un seguace di Charles Manson, noto ed oscuro manipolatore americano. Neanche dieci anni dopo, verrà accusato di aver molestato una minorenne con l’aiuto di droghe e, dopo controverse situazioni giuridiche, fuggirà dall’America. A distanza di trent’anni, l’arresto. L’uomo nell’ombra uscirà il 9 aprile nelle nostre sale e noi ci catapulteremo al cinema per avere risposta ad una domanda: può la vita di un semplice ministro essere più torbida e movimentata di quella di Roman? Temiamo di no.
Gigi Dalle Carbonare