In uscita al cinema anche con Millennium: Uomini che odiano le donne, Steve Zeillian sembra l’uomo dell’anno. Regista di tre pellicole di ottima fattura (Tutti gli uomini del re, A Civil Action e In cerca di Bobby Fisher) e sceneggiatore di successo da oltre vent’anni (premio Oscar per Schindler’s List), Zeillian dona anche i dialoghi (in un gioco delle parti che abbiamo apprezzato più che in Millennium) al nuovo film di Bennet Miller, L’arte di vincere. Il film racconta la storia di Billy Beane, un uomo che, oltre alla passione per il baseball, ha evidentemente anche quella per il cibo; ex giocatore fallito troppo presto, dirige la discreta squadra degli Oakland A, continuamente depredata dei suoi migliori elementi. Tutto cambia quando Billy incontra Peter, economista al servizio di un importante general manager rivale, che mostra al nostro uomo un modo nuovo e completamente diverso di intendere il baseball, più matematico che di pancia. La cosa non sarà gradita ai colleghi di Beane, né da pubblico e stampa; ma il metodo adottato si rivelerà presto vincente, grazie anche a una letterale ‘discesa in campo’ di Billy e a un rapporto più umano con la squadra.
L’arte di vincere, in perfetto stile A Beautiful Mind e Numb3rs, dà una visione completamente innovativa di un aspetto della vita di tutti i giorni, mostrando come i numeri possono essere utili per ottenere il successo in qualche campo. Ma insegna che, in fondo, ogni impresa è anche una questione di istinto, improvvisazione e coraggio, che soli riescono a dare al baseball tutto il romanticismo di cui è intriso.
A quasi 50 anni Brad Pitt li dimostra tutti (se non addirittura di più!), e nel ruolo di Beane la sua trentennale carriera si mostra con straniante maestosità: non c’è nulla nel suo sguardo o nei suoi gesti che tradisca l’ingenuità dei tempi di Thelma e Louise.
A lui si affiancano il sottostimato Philip Seymour Hoffman (che ha già recitato per Miller in Capote e che ricordiamo anche nell’ottima performance di I Love Radio Rock), raro sullo schermo e nel ruolo quasi antagonista di Beane dell’allenatore degli Oakland A Art Howe; e la giovane star Jonah Hill, vista finora in pellicole indie demenziali, e che dà al film una decisa vena comica che ha certamente fatto sbizzarirre Zeillian.
L’arte di vincere si rivela così un film di sport che è più giocato negli spogliatoi che sul campo, dietro la scrivania che all’interno del diamante. E che, per questo, sarà apprezzato da un pubblico mainstream che, quando entra in sala, non sa certamente l’emozione che lo aspetta.
Eliana Bentivegna
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