Iron Man apre le danze dell’estate cinematografica di supereroi e lo fa a testa alta, sospinto da una straordinaria interpretazione di Robert Downey Jr che riesce ad offuscare tutti i difetti del film, che si manifestano soprattutto sul piano della regia e del ritmo. Erano proprio le scelte del regista e dell’attore a far sorgere le maggiori perplessità riguardo il film: l’obiettivo della Marvel (per la prima volta nelle vesti di finanziatore unico di un film) è stato quello di puntare soprattutto sul lato narrativo della vicenda, incentivando la trattazione del personaggio al di là del suo afflato supereroistico, tentando di umanizzare la storia, e dunque concentrando le proprie attenzioni su Tony Stark più che su Iron Man. Un proposito conseguito con successo, che permette a questo personaggio di porre le basi per eventuali e probabili seguiti e spin-off (The Avengers!).
La maggior parte dei meriti della riuscita del film vanno attribuiti, come detto, all’ottima prova di Downey Jr, che si cala perfettamente nei panni di un uomo cui per molti versi somiglia e di cui in qualche modo vorrebbe ricalcare le impronte (risalendo la china dall’inferno al paradiso): un carattere complesso, geniale e pieno di talento ma sempre sull’orlo della crisi interiore, come tutti gli artisti; ricco e lussurioso, peccatore intransigente, ma eroe nel profondo del proprio cuore danneggiato dalle proprie armi, come rari casi di industriali miliardari; un carattere ricamato da Stan Lee sul mitico Howard Hughes (la cui storia è stata raccontata da Martin Scorsese in Aviator), uno dei più gloriosi self-made-men americani, pieno di superpoteri, ma non esente da elementi di fragilità. Oscillante fra bene e male, il nostro scienziato imprenditore, oscuro sostenitore della ![]()
guerra, trova l’occasione per iniziare il proprio processo di redenzione in Afghanistan, dove, rapito da un gruppo di terroristi arabi e chiuso in una grotta a costruire una bomba,
trova la forza mentale e creativa per realizzare l’armatura, sua unica speranza di salvezza, che viene messa insieme con pezzi di scarto.
In questa fase topica del film, ci aspettiamo che la regia salga di tono, aumentando la velocità delle inquadrature e trascinandoci nel processo d’invenzione e costruzione, e invece il simpatico Jon Fauvre (in passato regista anche di Elf e Zathura) non riesce mai a regalarci un dettaglio intrigante o un primo piano sentito, nè qualche attimo di pragmatica claustrofobia, rare sono le carrellate e indecifrabili i movimenti di macchina, il tutto è appiattito su irritanti e televisivi campi medi, quasi a volere tenere un’attitudine da serie-tv. Per fortuna al centro di questi campi medi si staglia sempre la figura di Tony Stark, che ci riporta in California, dove comincia la messa a punto della sua nuova invenzione e dichiara ripudio nei confronti della guerra e del proprio passato, entrando in conflitto con Obadiah Stane, suo socio in affari, interpretato da uno Jeff Bridges sfortunatamente sotto tono, ma dal look magistralmente perfetto.
Nel favoloso laboratorio di Tony il film comincia a carburare, trovando i suoi migliori spunti nella relazione fra lo scienziato e i suoi macchinari e computer parlanti, che riportano Downey jr ai tempi di Charlot e accomodano Fauvre su un terreno a lui più congeniale. Per quanto riguarda le successive scene d’azione, non si catalogano miracoli né cadute di stile: un appassionante inseguimento fra Iron Man e due jet americani e soprattutto uno scontro finale divertente, dove gli effetti speciali vengono usati al massimo della loro resa, fra esplosioni, disastri, scazzottate in volo, automobili accartocciate e tutto il necessario; in entrambi i casi a spiccare è la sgargiante armatura di Iron Man, fiore all’occhiello della produzione. Apparentemente, per vedere “i sorci verdi” dovremo aspettare l’eventuale seguito.
Il film è sicuramente divertente, sia sul piano dell’azione e soprattutto su quello della semplice narrazione, agevolato da una buona sceneggiatura, particolarmente per quanto concerne i dialoghi. Manca un po’ di coraggio nella messa in scena, fedele e devota, ma anche un po’ scialba; a proprio agio nel dirigere gli attori e nel far fruttare gli effetti speciali, Fauvre non sembra però in grado di tenere le redini di un film così ricco di spunti e potenzialità, fallendo nel tentativo di eguagliare il Sam Raimi da cinema classico americano della trilogia di Spider-Man.