Iron Man 2 è come un bambino ipercinetico: strilla, si agita, corre continuamente da tutte le parti. Insomma, vuole disperatamente attirare la nostra attenzione. E tutto sommato ci riesce piuttosto bene. Dopo un primo capitolo pressoché perfetto, secondo nel genere dei supereroi solo ai Batman di Christopher Nolan e (forse) al primo Spider-Man di Sam Raimi, Jon Favreau tenta di bissare l’impresa supplendo alla ineluttabile mancanza di originalità e freschezza (è pur sempre un sequel) con un pesante rincaro nelle dosi dell’ironia e dell’azione pura. Il mix risulta, sì, gradevole, ma lascia un retrogusto un po’ amaro. Il fatto è che, dopo un incipit spumeggiante nel quale l’antipatico (ma proprio per questo adorabile) eroe Tony Stark regna supremo, muovendosi fantasticamente sopra le righe e oltre i registri convenzionali, ci si ritrova a metà film con un pugno di mosche in mano, fermi a chiedersi: “Ma la storia, precisamente, qual è?”
Sì, certo, c’è un rivale in affari che pare uscito da Austin Powers e che farebbe di tutto per vedere Tony Stark cadere in rovina e rubargli la scena; c’è un Mickey Rourke che, nei panni di un improbabile scienziato russo (tanto geniale quanto minaccioso: una specie di wrestler ergastolano con il pallino della scienza, sebbene la sua storia vorrebbe invertiti i due fattori), cerca di vendicare suo padre, oscura nemesi di Stark Senior; c’è, infine, un Tony che, consumato dal palladio che ha nel petto e che alimenta Iron Man, vede avvicinarsi pericolosamente la calata del sipario sulla sua vita tutta glamour e ricchezza. C’è tutto questo e qualcosa d’altro, però… però tutto è solo accennato, è sfumato, è sempre sospeso, quasi non si volesse intaccare la patina metallizzata hi-tech e “special fx oriented” del film con troppa introspezione psicologica o troppa complessità di trama. E se sulle prime può sembrare che l’alchimia funzioni, perché in fondo è tutto un unico gigantesco palco per l’istrionico Robert Downey Jr. (che è sempre in splendida forma, nulla da obiettare al riguardo), ci si rende poi conto che alcune basilari regole della narrazione cinematografica sono sempre valide, senza eccezioni di sorta. Ci si scopre depauperati di quel pathos necessario a covare voglia di vendetta, privati di quel brivido proibito che ci elettrizza per una love story, mancanti della scintilla che ci lega alla poltrona per vedere ogni maledetto minuto, fino all’inesorabile (game over?) the end.
Fa strano, perché film ben più poveri (di mezzi, di talenti, persino di idee) riescono meglio dove il pachidermico Iron Man 2 inciampa. E sebbene non si possa tacciare l’ultima opera di Jon Favreau di essere un mero esercizio di stile (sarebbe una vigliacca e ingiusta stilettata), si finisce per restare a bocca asciutta, con in testa solo le gag di Mr. Tony Stark, arrogante eroe industriale, inno classista alla sfrontata ricchezza capitalista (ma, lo ripetiamo, proprio per questo icona vincente e trasgressiva: al diavolo il socially correct, almeno per una volta!), il fascino prorompente e trasgressivo della bellissima Scarlett Johansson e la presenza scenica ormai inossidabile di un Mickey Rourke antidivo capace di dare forza, credibilità e umanità persino a un sasso colorato da super villain come il suo personaggio di questo film. Pollice verso, invece, per la povera Gwyneth Paltrow, patata dolce un po’ troppo bollita (il bacio di Kirsten Dunst a Spidey resta anni luce avanti, cara), e per Samuel L. Jackson, patetica macchietta che vorrebbe essere Nick Fury (qualcuno dica ai Marvel Studios che rendere il capo dello S.H.I.E.L.D. un afroamericano è stata un’idea buona quanto quella di riservare lo stesso trattamento a Kingpin in Daredevil).
In definitiva, le armature di Iron Man 2 brillano più che mai, portate in vita e animate da effetti speciali di eccezionale livello e, complice un cast complessivamente stellare, il film funziona, diverte e si lascia guardare. Non possiamo però non rammaricarci, almeno dopo il primo capitolo, per la decisione del regista di abbassare le armi e rinunciare alla pretesa di un’autentica grandezza. Come il grande Raimi, in Spider-Man 3, si vede solo nella breve ma intensa scena della perfida follia dell’Arrampicamuri, così il vero Iron Man d’autore sarebbe emerso solo a patto di osare, di sfidare i meccanismi stessi dei grandi blockbuster commerciali. Nolan, nel Cavaliere Oscuro, lo ha fatto alla grande, come Hideo Kojima nel suo capolavoro videoludico Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty. Favreau non ha potuto, o forse non ha voluto… poco importa, ormai. Iron Man è arruolato nel baraccone chiamato Vendicatori. Il passato è tale, il futuro un’incognita. Fuoco al palladio e via: è tempo di varcare il muro del suono. O quantomeno quello del fracasso.
Marco Accordi Rickards
