Io sono con te: una Maria di Nazareth ‘rivoluzionaria’

io sono con te

Guido Chiesa, regista lontano anni luce (fino a questo film) da tematiche fideistico-esistenziali (la sua bella pellicola Il partigiano Jhonny ne è esempio eclatante), ha incontrato all’improvviso la fede, per cui ha messo al centro del suo ultimo lavoro, Io sono con te, il personaggio di Maria. Tutto è cominciato dalla piccola ‘pazzia’ (come lui stesso simpaticamente la definiva prima di esserne contagiato) di sua moglie Nicoletta Micheli, che aveva conosciuto una madre che le aveva parlato della figura di Maria di Nazareth in un modo incredibilmente diverso da come era sempre stata dipinta e rappresentata. Il marito, inizialmente scettico, inizia insieme alla moglie ad approfondire gli spunti ricevuti, studiando i Vangeli dell’infanzia, e avviando, così, un percorso che li porterà (da laici quali erano) a credere in Dio e a realizzare questo film. Film davvero bello e singolare (che riscatta bene l’Italia dall’inconcludenza di Una vita tranquilla, con cui fa coppia in concorso al Festival di Roma), che ci mostra il Cristianesimo sotto una luce squisitamente femminile, attraverso il racconto della vita di Maria e della nascita di Gesù, fino alla sua pre-adolescenza. Recitato in Arabo e Greco antico, il regista traccia nella descrizione della madre, i tratti salienti di quello che sarà il messaggio di Gesù e il fondamento del Cristianesimo.

Non abbiamo di fronte una donna sottomessa, piegata sofferentemente alla Verità, ma incontriamo una giovane allevata nell’amore, che segue il proprio istinto, senza temere i giudizi maschilisti e chiusi degli uomini della famiglia di Giuseppe, suo marito. Una donna che risponde alla violenza e ad un modello educativo basato sulla repressione, con la libertà. Il suo sorriso è disarmante e tenero, e di una saggezza che non ha bisogno di spiegazioni: è lampante, è ‘oltre l’uomo’ (o divino come lo si voglia definire). Il regista sta ben attento a non ‘colorare’ la descrizione che mette in atto con fenomeni ‘soprannaturali e ultraterreni’, rendendo perfettamente il senso del ‘divino’ di questa donna che osserva con una totale umanità del modo d’essere. Esemplificativo e molto intenso, il momento del parto, che Chiesa filma arretrando con la macchina da presa, allontanandosi, per rimarcare la sacralità di una nascita (comune) nel rapporto isolato tra madre e figlio: Maria si riprende la sua libertà relegandosi in una porzione della grotta che le permette di vivere in assoluta intimità la  ciò che ha custodito in sé per nove mesi. Donna umile e forte, che nello spazio che l’epoca le concedeva (l’interno di una casa) attua se stessa nel rapporto con una tradizione patriarcale, mettendo in discussione attraverso la sola legge dell’amore, regole fideistiche quali la circoncisione, o fisiche come l’impurità del latte della donna che ha appena subito un parto. Nella sua piccola rivoluzione, supportata da un Giuseppe figura maschile presente ma non soffocante, che a fatica, ma di fatto, capisce e segue l’istinto di sua moglie, Maria di Nazareth educa un figlio che si rivelerà moderno ed elemento di rottura e di messa in discussione di una tradizione sociale e religiosa bigotta e stantia.

Per i laici è questa la chiave di volta capace di far innamorare lo spetttatore di una figura così centrale per il Cristianesimo. Per i credenti, una rilettura da non poter sminuire e sottovalutare. Unica pecca veramente spiazzante, l’uso di attori italiani tra cui Gifuni e Colangeli (nel gruppo degli studiosi e cercatori del Messia) e Carlo Cecchi (nel ruolo di Erode), doppiati anche in modo asincrono per molte battute.

Maria Cera

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