Io, loro e Lara: la famiglia

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Io, loro e Lara, ventunesimo film da regista di Carlo Verdone, è uscito in sala il 5 dicembre, a due settimane di distanza da Natale a Beverly Hills di Neri Parenti e Io & Marilyn di Leonardo Pieraccioni. Se la scelta della settimana di uscita è stata senza dubbio dettata dalla pervicace volontà di non esasperare ulteriormente la bagarre al botteghino, evitando dunque ai film di pestarsi i piedi a vicenda, è piacevole immaginare che tutto ciò sia dovuto esclusivamente alla necessità di non mescolare il cinema di Verdone con i cinepanettoni cui si accennava poc’anzi. Perché, al di là di una parabola artistica che negli ultimi quindici anni si è dimostrata spesso in fase discendente, Carlo Verdone resta un nome di non second’ordine all’interno di quella generazione che cercò di rinnovare la commedia – da sempre vanto e gloria del cinema italiano – in un’epoca storica a cavallo con l’esplosione delle televisioni private e dei varietà comici.

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E proprio Io, loro e Lara permette di imbattersi nel Verdone migliore, lontano dalle crisi di identità in cui era incappato con progetti fallimentari quali Grande, grosso e Verdone, Il mio miglior nemico e, più in là negli anni, C’era un cinese in coma e Gallo cedrone. È di un certo interesse notare come le uniche pellicole dirette dal cineasta romano dai tempi di Maledetto il giorno che t’ho incontrato (provvidenziale evasione verdoniana dai cliché romani per respirare aria meneghina e anglosassone) a mostrare una certa qual forza peculiare siano state Ma che colpa abbiamo noi (2003) e L’amore è eterno finché dura (2004). Entrambi i film sono infatti strutturati in una forma maggiormente compiuta rispetto alle abitudini di Verdone, e sono guidati da un afflato corale che dirama le sottotrame piuttosto che incentrarsi direttamente sul fulcro della vicenda narrata. Esattamente le modalità sulle quali si snoda Io, loro e Lara: non è certo un caso che a un incipit stanco, eccessivamente meccanico (il ritorno a Roma del prete missionario Carlo Mascolo, interpretato sempre da Verdone, l’arrivo alla casa paterna e la scoperta del matrimonio del genitore con una donna moldava) e perfino prevedibile, faccia da contraltare una seconda metà d’opera davvero scoppiettante, ben calibrata, ispirata.

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Il film cresce nell’esatto momento in cui Verdone ‘abbandona’ se stesso per cercare di focalizzare lo sguardo sulla variegata umanità che lo circonda. In questo compito è perfettamente coadiuvato da un gruppo di attori davvero in gran spolvero: Anna Bonaiuto e Marco Giallini, sorella e fratello del padre missionario, spiccano all’interno di un cast che vede comunque un’eccellente Angela Finocchiaro e una credibile Laura Chiatti. Ad apparire forse parzialmente fuori ruolo è un altrove ottimo Sergio Fiorentini, ed è bizzarro se si pensa che interpreta il padre del trio Verdone/Bonaiuto/Giallini, in un film dedicato alla memoria di papà Mario Verdone, morto lo scorso giugno. Verdone, che aveva spesso ragionato sui difficoltosi rapporti padre/figlio all’interno delle sue opere (da Al lupo al lupo al già citato Ma che colpa abbiamo noi), non riesce a donare al personaggio di Fiorentini la profondità che avrebbe meritato, relegandolo ben presto in un cantuccio. Ma è in fin dei conti un peccato di poco conto, perché una volta preso l’aire Io, loro e Lara corre a velocità sostenuta sui binari di una commedia non banale, arguta, scritta con notevole piglio e diretta diligentemente – Verdone non è, e mai sarà, un grande metteur en scène – ma senza alcuna sbavatura. Anche nelle scelte più rischiose (la messa in scena delle tre ragazze africane cresciute dal prete e messe sulla strada una volta arrivate a Roma, per esempio) e gravemente in bilico sull’orlo che divide l’ispirazione dalla banalità e dalla volgarità, Verdone esce a testa alta, riuscendo nella maggior parte dei casi a colpire in pieno il bersaglio.

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Viene naturale concedere anche l’ammiccamento ai personaggi che l’hanno reso celebre. Ma più ancora del ripescaggio dalla memoria storica del cineasta, a condurre per mano alla risata è la censura che essa subisce: vedere per credere il modo in cui viene illuso il pubblico con un accenno di monologo à la Manuel Fantoni (il mitico personaggio di Borotalco) immediatamente abortito. Commedia gentile ma in fondo in fondo profondamente amara e pessimista sulla sorte delle umani genti occidentali, Io, loro e Lara è il modo migliore per riconciliarsi con un cineasta diseguale ma ancora in grado (nella maggior parte dei casi) di rinunciare alla facile scappatoia della volgarità e della battuta facile. Due elementi a cui cinepanettoni e cinecocomeri sembrano non aver alcuna intenzione di rinunciare, e che dividono in maniera inequivocabile i registi di Commedie dai registi di commedie. Il Carlo Verdone di quest’ultimo film sembra essere tornato a far parte della prima categoria. La speranza è che rimanga a lungo da quella parte della barricata.

Voto: 8/10

Raffaele Meale
CineClandestino