Invictus: la recensione

È difficile incasellare Invictus in un genere cinematografico standard. C’è chi dice che non è propriamente un film sportivo, se non nell’ultima mezz’ora di pellicola; chi non lo considera un film biografico, visto che solo una minima parte della vita di Mandela e della sua lotta per l’apartheid viene messa su schermo. E un po’ questo o un po’ quell’aspetto o la sua mancanza, o lo strano mix tra l’uno e l’altro, ha portato molti a giudicare il film da 6-7 su 10. La verità è che, se Invictus dovesse essere incasellato all’interno di un genere cinematografico, questo sarebbe il genere Clint Eastwood, niente di più, niente di meno.
Invictus (Invincibile), come ormai quasi tutti sanno, racconta di un particolare momento della presidenza del Sud Africa da parte di Nelson Mandela (interpretato da un impeccabile Morgan Freeman), quello degli inizi degli anni Novanta, che lo vide particolarmente interessato e impegnato in prima persona nello sport del rugby, sollecitando la squadra sudafricana degli Springbock guidata da Francois Pienaar (un Matt Damon che ha ormai al suo attivo collaborazioni con registi del calibro di Spielberg, Scorsese, Coppola, Soderbergh, Minghella, Redford, Gilliam) alla vittoria del campionato mondiale.

La pellicola, come tutti gli ultimi capolavori di Eastwood, molti premiati agli Oscar nella categoria di Miglior Film, è un sapiente mix tra azione e riflessione, tra brillanti movimenti di camera e studiati effetti da riprese tv dello scorso decennio, un’opera che è, ancora una volta, una lezione di cinema della durata di 133 minuti. Soltanto che, stavolta, la scelta di Eastwood non è caduta su di una storia anonima, eccezionale nella sua quotidianità, individuale prima ancora che collettiva: era così Mystic River, era così Million Dollar Baby e, ancora, era così Gran Torino. Quello che molti si aspettavano da Invictus, invece, visto il soggetto trattato, era forse la sua dimensione di più ampio respiro, il tentativo di confrontarsi con qualcosa di così grande come l’impegno di Mandela per l’uguaglianza tra neri e bianchi in Sud Africa. Ebbene, per chi ne dubitasse, Eastwood l’ha fatto, ci si è confrontato, ma ancora una volta in versione Eastwood, appunto: Invictus ritrae due uomini (con qualche carrellata in avanti su tre o quattro personaggi secondari) che, nel loro ruolo fuori dall’ordinario, sono comunque innanzitutto uomini, con le loro paure, il loro rispetto, i loro affetti personali. Ritratti che, come sempre, evitano il didascalismo per accennarsi attraverso uno sguardo, una particolare smorfia delle labbra, una battuta di dialogo inserita nel punto giusto. E qui un applauso va allo sceneggiatore Anthony Peckham che, basandosi sull’ottimo libro di John Carlin Playing the enemy, riesce a far sorridere il pubblico su questioni delicatissime proprio come quella dell’apatheid. Ad accompagnare il tutto, ancora una volta, le note di pianoforte delicate e sommesse della colonna sonora di Kyle Eastwood e Michael Stevens, alternate con vibranti canzoni che rievocano il Sud Africa e i temi principali del film.

Impeccabili, come abbiamo detto, le interpretazioni di Freeman e Damon, tutti e due esperti del genere action thriller (con qualche digressione comica per il primo e drammatica per il secondo) che si cimentano qui con una pellicola alla Eastwood e che, una volta tanto, finisce bene. Conclusione che, anche se scontata perché conosciuta, riesce comunque a emozionare a dovere, tra primi piani di volti contratti, spalle possenti che si fronteggiano e lividi sparsi, che si alternano alle labbra  a tratti sorridenti a tratti serrate di Mandela sulle gradinate. Come Rosebud in Quarto Potere, inoltre, anche qui il famoso Invictus viene svelato solo dopo, circa a metà pellicola, titolo di una poesia/preghiera sull’anima invincibile di Mandela, di Pienaar, di ciascun uomo di colore che ha combattuto per la propria terra e di ciascun uomo bianco che ha aperto le braccia al diverso, ognuno capitano della propria anima e del proprio destino.
Con entrambi candidati all’Oscar, premiazione che si terrà questa domenica, a nostro parere ottime sono le probabilità di primeggiare sia nella categoria di Miglior attore protagonista per Morgan Freeman sia in quella di Miglior attore non protagonista per Matt Damon. Continua a stupire, invece, che, alla veneranda età di ottanta anni e con un curriculum senza pari nella storia del cinema hollywoodiano, Clint Eastwood abbia ricevuto un solo Oscar alla regia per Gli spietati, e che non abbia mai vinto finora una statuetta come Miglior attore protagonista.

Eliana Bentivegna

Voto 9/10


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8 Commenti to “Invictus: la recensione”

  1. Giovanni Ferlazzo scrive:

    In merito al commento finale, credo che Eastwood faccia parte della schiera dei “geni incompresi” o, comunque, antipatici per chissà quale motivo.

    Forse perchè fa sempre centro. Questo Invictus non lo smentisce.

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