Festival Internazionale del Film di Roma 2011: “Tutto il cinema per tutti”

Nella serata di premiazione che ha chiuso i battenti della VI edizione del Festival del Film di Roma, il suo presidente, Gian Luigi Rondi, ha proclamato a pieno la propria soddisfazione, e per la qualità delle pellicole delle differenti sezioni che compongono il Festival romano, e per l’affluenza del pubblico nei 9 giorni di programmazione all’Auditorium Parco della Musica. “Tutto il cinema per tutti”: questo slogan, scandito in modo greve e solenne, condensa la tipicità di una vetrina cinematografica, a tutti i costi ‘voluta’ per Roma, e ancora traballante, in cerca di un’identità più solida, inattaccabile. Perché anche questa edizione si porta appresso strascichi di ‘polemiche’: a cominciare dalla scelta delle pellicole della Selezione Ufficiale, di media fattura, complessivamente, lontane da un’originalità, una brillantezza, che anche nell’intrattenimento, sia esso frivolo che impegnato, dovrebbe identificare un Festival Internazionale, chiamato a tracciare (anche) una proposta critica e una strada che avvicini al cinema sì più persone possibili, fornendo però a chi guarda strumenti visivi utili per formarsi una propria coscienza filmica. La stessa scelta di aprire il Festival con The Lady di Luc Besson, conferma che la strada per un “Tutto il cinema per tutti” è ancora troppo amorfa. Il film, incentrato sulla figura di Aung San Suu Kyi (la pacifista birmana, premio Nobel nel 1991), è opposto ad un intrattenimento critico e di qualità: molto superficiale, non riesce neanche a tracciare un quadro umano esaustivo delle vicende che condizionarono (e condizionano) la vita dell’attivista-pacifista birmana, tracciata alla stregua di un biopic di finzione che relega sullo sfondo una tragedia politica, essa stessa fulcro della nascita di Aung San Suu Kyi quale leader politico, e fondante il suo struggente compromesso umano. Oppure proporre pellicole italiane (Il paese delle spose infelici (opera prima) di Pippo Mezzapesa) che non aggiungono nulla, ma confermano solamente (purtroppo) la mancanza di ‘nuovo’ del nostro cinema, omologandosi sempre allo stesso canovaccio strutturale e narrativo di poesia artificiale, atmosfere solo formalmente curate e sempre ‘ordinarie’, per nulla autentiche e vitali.

Anche la sezione più ‘sperimentale’, quella de L’altro Cinema I Extra, quest’anno ha ceduto al rigore passato, concedendosi una pellicola, esteticamente e per contenuti, ‘rozza’ (incomprensibilmente premiata con il Premio Marc’Aurelio Esordienti): Circumstance di Maryam Keshavarz, un furbo connubio tra la situazione di immobilismo iraniano e ammiccamenti voyeristici di tipo occidentale, dentro una ‘ribellione sessuale’ di due bellissime fanciulle omosessuali… Insomma, la strada da percorrere è ancora lunga, ma va difesa. Roma e il suo Festival rappresentano indubbiamente un ‘unicum’ nel panorama internazionale, e sarebbe sciocco e infruttuoso, gettare 6 anni di lavoro e sforzi cmq intrapresi (la sezione Alice nella Città, che nessun altro festival di non genere ha partorito come propria costola interna, è indubbiamente la forza trainante del RomaFilmFest). Vedremo se le voci di un possibile cambiamento di location a favore del Maxxi (Museo nazionale delle Arti del XXI secolo), sapranno rigenerare e ‘reinventare’ un Festival popolare  in cerca di ‘autore’…

Maria Cera

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