Festival del Film di Roma-My week with Marilyn: la Monroe icona ‘irragiungibile’ e ‘indefinibile’

L’unica e migliore sensazione che My week with Marylin (Fuori Concorso nella Selezione Ufficiale del Festival di Roma) lascia e trattiene, è l’appartenenza-aderenza di Marilyn Monroe alla sostanza del cinema, che è sogno, perfezione irraggiungibile nel reale (dimensione ‘impropria’, quest’ultima, per necessità). Simon Curtis, prova ad avvicinare l’icona da un’altra angolazione (rispetto alle prospettive di indagine-approfondimento tentate finora). Ispirato dalla lettura dei due diari scritti da Colin Clark, The Prince, The Showgirl and Me e My Week with Marilyn, dove, anni dopo, viene dallo stesso Clark fissato l’incontro ‘fatale’ con Marilyn Monroe, avvenuto nel 1956 in Inghilterra, durante le riprese de Il principe e la ballerina, pellicola diretta e interpretata da Laurence Olivier- Kenneth Branagh (My week with Marilyn completa il primo diario, nel quale Colin, dai sei mesi di lavorazione, aveva ‘inspiegabilmente’ eliminato una settimana). Colin Clark (a quei tempi 23enne) era al suo primo lavoro nel cinema, come assistente-tuttofare del regista. La Monroe alla sua prima esperienza cinematografica britannica, unita ad un momento particolare della sua vita privata: al terzo matrimonio, in luna di miele con il drammaturgo Arthur Miller (con lei al seguito). L’arrivo della icona sexy-femme fatale, si rivelerà, per tutto il set britannico, all’altezza della ‘fama’ alimentata da oltreoceano. Marilyn, la ‘terrena’ e ‘umana’ donna Marilyn, è minata da una insicurezza ‘dirompente’ al pari della sensualità e sessualità che investe su tutti coloro che incontra (specie il maschio, naturalmente). Una insicurezza sotto la quale adombra anche la consapevolezza della propria inadeguatezza attoriale, e che ‘tempra’ con l’assistenza di Paula Strasberg, insegnante di recitazione all’Actor’s Studio, l’ombra di Marilyn a partire dal 1955, quando l’attrice si era decisa a dare una svolta alla propria carriera.

L’incontro-scontro tra Olivier e Marylin è immediato. I ritardi di ore sul set della diva, le sue improvvise crisi-impasse recitative, e soprattutto, l’alone di protezione e giustificazione dei suoi comportamenti da parte della produzione americana, urtano terribilmente la serietà e il rigore professionale di Olivier. Le riprese vanno in stallo, e il giovane e puro Clark, entrato occasionalmente in contatto con Marilyn nei vari affaccendamenti da set, riesce a conquistarne la fiducia, divenendo il mediatore ‘ufficiale’ tra lei e la troupe inglese. Quando Arthur Miller abbandona la residenza da set per rientrare a Parigi (dopo un’ennesima crisi della Monroe, stravolta anche da alcuni appunti del marito su di lei), Clark diviene il rifugio della diva, unico amico a cui potersi aggrappare e con cui evadere, quando possibile, dal set. Il giovane resterà compromesso sentimentalmente dalla dolcezza, fragilità, esuberanza, sensualità e dall’abbandono che la Monroe richiedeva, incondizionato, alla sua necessità di essere accudita, protetta e compresa. Su di un impianto da messa in scena ‘classico’ e ‘rigido’ come un quadro, dove tutti i personaggi hanno posto e ruolo che devono, e i luoghi sono esattamente come ‘dovrebbero essere’, Simon Curtis va a caccia dell’intimità dell’icona, senza purtroppo arrivare a tasselli inesplorati e sommersi. La scelta di affidare a Michelle Williams la forma e l’essenza di Marylin Monroe non dà i frutti sperati. Non traspare la forte sessualità che la presenza di Marylin trasmetteva a pelle, né la Williams si rivela credibile nella gestualità e nel ritmo (non riuscendo neppure a darne una libera interpretazione), imprescindibili da una resa che permetta di sostantizzare un mito.

Ma, forse, il problema è tutto qui. L’essere Monroe è di una tale complessità e incollocabilità da far cadere nel vuoto qualunque  tentativo di ‘riprodurla’ (almeno-specie se si rimane dentro una struttura rigida ed una narrazione ‘elementare’). Il mito della Monroe è imprigionato nella macchina da presa che la contiene e che la consegna, nello sguardo di tutti, all’impalpabile densità del desiderio.

Maria Cera

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