Festival del Film di Roma: Richard Gere ricorda l’esordio al cinema con Malick

Ultimo evento ieri sera all’Auditorium, in attesa del verdetto che tra poche ore proclamerà i vincitori di questa VI ed. del Festival romano del cinema, ancora in cerca di una sua chiara identità nel proporsi a metà strada tra intrattenimento e qualità. Ieri sera, la sala Petrassi ha ospitato un momento estremamente prezioso e che, spero, possa portare fortuna sia alla collocazione fisica del prossimo anno (pare che l’Auditorium potrebbe svestirsi del ruolo di location ufficiale a favore del Maxxi (Museo nazionale delle Arti del XXI secolo), che al contenuto delle sezioni che lo costituiscono (specie quella Ufficiale, abbastanza incolore e impersonale, per titoli e portata, in questa edizione). Richard Gere (fresco dell’imminente Marc’Aurelio d’oro alla carriera), davanti ad una platea ‘eccitata’ dal suo fascino (fotocamere digitali e cellulari issati a immortalare il momento) e dall’incarnazione di sex symbol che gli calza ancora a pennello nonostante gli anni, ha presentato la pellicola nella quale ebbe il suo primo ruolo da protagonista: l’‘estatico’ Days of Heaven (1978) di Terrence Malick.

Gere, dopo un primo breve saluto si è accomodato in poltrona accanto alla moglie Carey Lowell, condividendo l’emozione di rivedere un film di più di 30 anni fa insieme a lei, per la prima volta. Richard Gere è stato indubbiamente fortunato ad esordire con un cineasta della sostanza di Malick: Days of Heaven, seconda pellicola da lui diretta e concepita, ci trasporta in una storia sospesa, dentro l’atmosfera surreale dei campi di grano del Texas nei primi del Novecento. Tre anime libere Abby (Brook Adams), Bill (Richard Gere) e  la sua sorellina Linda (Linda Manz) si muovono all’interno dell’America, cercando se stessi. L’arrivo dei tre nella proprietà di Chuck (Sam Shepard), gentile e solitario latifondista, mette alla prova le proprie aspriazioni e i propri limiti morali, quando Chuck si inmamora di Linda, chiedendole di restare. Bill (che ama Linda ed è ricambiato, ma che finge di essere suo fratello davanti agli altri), indurrà Linda ad approfittare della situazione, credendo che da lì a poco la morte avrebbe sopraffatto la cagionevole salute di Chuck. Naturalmente questo non accade, e tutto andrà in malora…per tutti…L’altissima estetica e poetica visiva-narrativa di Days of Haeven conferisce maggiore densità agli attori, fissati dentro un sogno, anch’essi entità ‘straordinarie’ nella loro umanità, nella consapevolezza di contenere ciascuno bene e male, di essere dentro e con la natura, dotati di contrapposte energie pulsanti e dificili da gestire, governare… Al termine della proiezione, Gere, visibilmente emozionato, ha ripercorso le tappe di quel periodo (esordio al cinema, con una carriera teatrale già rilevante per un esordiente) e della lavorazione del film. Fu proprio Days of Heaven a fargli comprendere che la strada del cinema sarebbe diventata, da quel momento, il proprio percorso artistico.

Dopo aver visto il primo film di Malick, Badlands (1973), era rimasto così colpito dal modo di raccontare e dall’espressività visiva del regista, che aveva detto a se stesso (e ai suoi agenti): “Se dovessi affrontare il cinema, vorrei essere diretto da Malick”. Così è stato, e così Gere ha dovuto affrontare esasperati ed interminabili provini, ed impattare con una personalità estremamente indefinibile, col quale la comunicazione era, a dir poco, enigmatica. Dei giorni sul set ricorda innumerevoli prove, dove il cineasta invitata gli attori coinvolti a ripetere la scena, senza spiegare bene cosa volesse ottenere. All’ennesima richiesta di chiarimenti più precisi da parte di Gere, Malick, più o meno gli replicò: “Vorrei che il personaggio fosse come il vento che soffia tra le foglie”. L’attore finalmente cominciò a comprendere l’anima filmica di Days of Heaven... Film che fu pronto dopo tre anni dal termine della riprese (richiedendo 2- 3 anni di montaggio: Malick fu costretto dala produzione a non poter più rinviare la fine del montaggio), e che Gere rivide a 29 anni (quando aveva cominciato la sua prima esperienza cinematografica, ne aveva 26). Congedandosi dal pubblico, ha ammesso che di quel ragazzo di 30 anni fa è rimasto ben poco, ora, ma che ricorda quei momenti e quell’esperienza come scampoli di un sogno. Un’immagine che condensa il senso del cinema e di ciò che lascia in ciascuno di noi.

Maria Cera

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