Il concorso della Selezione Ufficiale comincia ad assumere tinte filmiche più concrete e di spessore con questa pellicola tedesca. Leander Haussmann deve inbubbiamente parte del suo ‘giocare’ col serio e sacro (politico, in questo caso) ai variegati geni artistici della propria famiglia: sua madre era una costumista, suo padre un attore della Berliner Volksbühne, del Burgtheater di Vienna e del Schauspielhaus a Bochum, e suo nonno, infine, membro del Berliner Ensemble. Con Hotel Lux, Haussmann va a riesumare un periodo storico oscuro e tenebroso: quegli anni ’30 che videro, nel confine labilissimo tra sovrapposizione-congiunzione, le due temibili e folli figure di Hitler e Stalin, incanalate in un luogo fisico simbolo: l’Hotel Lux, ex storica pasticceria dei primi anni Venti del russo Iwan Filippow, divenuta quattro anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre, alloggio dell’Internazionale Comunista: il Comintern.
Il regista imbastisce tale relazione-confronto di due regimi (nazismo e comunismo, nel momento della rispettiva accentuazione delle proprie aberrazioni), facendola passare nella cruna della satira (amara, naturalmente). Hans Zeisig (Michael Bully Herbig), cinico e brioso individualista-edonista, è un attore che mette in scena con l’amico e collega Siggi Meyer (Jürgen Vogel), un impareggiabile duetto comico stile vaudeville Hitler-Stalin (miracolosamente in piedi nonostante quel numero rappresenti un sonoro sberleffo ai due leader) in un teatrino underground di Berlino, sognando glorie Hollywoodiane. La sua spanna Hitleriana (Siggi) incarna il ‘paradosso’ di un se stesso completamente opposto al simbolo che imita: antinazista fino all’osso e collaborazionista-comunista, tenta di lasciare le quinte prima che il caos prenda il sopravvento a Berlino, coadiuvato da un’affascinante donna olandese di origini borghesi, Frida van Oorten (Thekla Reuten) di cui Hans Zeisig si innamora a prima vista e al primo tentativo di abbordaggio andato a vuoto. Hans, invece resta, orgogliosamente e cinicamente attaccato alla sua filosofia di vita fino a quando l’imposizione della prassi nazista anche all’interno del proprio lavoro lo vedrà costretto a reagire nell’unico modo che conosce. La fuga tanto agognata verso l’America ed Hollywood, devierà però clamorosamente in Russia e dentro l’Hotel Lux, dove uno scambio di passaporto gli sarà fatale nel farlo capitolare in una follia delirante (dipinta un con sarcasmo che oscilla tra deliri di caratterizzazioni di situazioni e personaggi e la brutalità di una verità che si fa spazio con una forza di evidenza pari al sorriso che suscita) tra spie, delatori, automatismi cerebrali e corporali e la Frida ritrovata, assolutizzata in un pensiero rivoluzionario cieco. Un universo assurdo culminante nel più paradossale degli errori: fare di Hans, sosia teatrale di Stalin, il suo consulente astrologico.
Tutti i fili dispersi e spezzati saranno naturalmente, per Hans, Frida e Siggi (riuscito a scappare dalla detenzione nazista che aveva ostacolato il suo arrivo in Russia e approdato nel Lux con le migliori intenzioni e aspirazioni di vita e rivoluzione), ricomposti in un lieto fine all’altezza del paradosso fino a quel momento espresso e sostenuto da tutta la narrazione e la visione. La forza e l’originalità della messa in scena che Haussmann realizza sta nella fluida e scambievole mescolanza tra verità e finzione, entrambe sempre sopra le righe, come sempre impressa ed evidente appare la tragicità estrema di un’umanità abbandonata dalla ragione e dalla verità. Un montaggio attivo, unito ad una macchina da presa mobile e satirica anch’essa nello sguardo che cattura, ‘instanteanizza’, separa, prende aria e si rigetta nel ‘caos’ che esplora, continuando a seguire la Storia nella sua imprevedibile e bizzarra corsa.
Maria Cera
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