L’uomo fiammifero: fiammelle nel buio

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Simone, un bambino di dieci anni, è costretto a starsene un’intera estate in casa, sotto l’occhio un po’ feroce del padre. Fuori: il dolce vento dell’avventura. Dentro: la noia più tetra. Finché dalla città arriva in paese Lorenza, tredici anni, mistero di occhi verdi. Allora per Simone diventa una questione di vita o di morte evadere da casa e scappare con Lorenza nel suo regno fantastico. Lì – tra amici immaginari che parlano al contrario, vivono al buio sotto il suo letto e giganti nani – i due andranno alla ricerca del re di quel serraglio incantato: l’Uomo Fiammifero.
Ci sono favole che si sognano, favole che si desiderano, favole che si avverano. Marco Chiarini una volta uscito dal Centro Sperimentale e diplomatosi regista, voleva fare un film, come tutti coloro che  registi si sentono. Ma fare un film nel nostro Paese vuol dire assicurare un incasso, vuol dire essere già famosi o avere qualche attore famoso che sia disposto a lavorare a un progetto sicuro, in modo che un produttore prudente possa avere un ritorno di cassa che oltre a ripianare l’investimento elargito, riesca anche a fargli guadagnare qualcosa.

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Marco Chiarini ha compreso presto che fare un film nel nostro Paese sarebbe stato molto più  difficile di quanto pensasse. Non sarebbe bastata una buona idea, una più che buona capacità di utilizzare il medium cinematografico e i suoi strumenti, una fervida fantasia e una storia interessante sul rapporto tra l’immaginazione e la realtà. Sarebbe servito un aggancio, una promessa, un accordo, un parente! E allora il nostro regista esordiente, autore di disegni e tavole a colori, scrittore e sceneggiatore, artista, appreso tutto ciò, decide che c’è da trovare un altro metodo per riuscire nel proprio intento, e inventa un sistema molto personale per riuscire a realizzare la sua opera prima. Nella sua Teramo, inizia a vendere un libro di immagini e disegni originali, completamente artigianali, investendo per la pubblicazione e mettendosi in gioco in prima persona con le sue abilità. L’idea funziona, il passaparola e la qualità del suo lavoro, gli consentono di racimolare i soldi necessari per mettere in scena la sua favola. Diventato produttore di se stesso, finalmente può essere anche regista.

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La breve cronistoria della genesi de L’uomo fiammifero è necessaria. Non perché sia del tutto innovativa, e neanche perché sia portata ad esempio per denunciare una situazione produttiva senza speranza per gli autori al primo film, anche se per molti, sebbene non per tutti, la realtà è questa. Questa lunga introduzione al bel film di Chiarini, è necessaria per fare comprendere al meglio come sia stato realizzato questo lavoro, quali difficoltà e determinazione hanno caratterizzato la produzione di questa favola tutta nostrana. Un film in cui il protagonista è un bambino di undici anni, Simone, che attende con ansia l’arrivo del suo eroe immaginario, creato dai racconti della madre ormai scomparsa quando lui non era altro che un bimbo, alimentato dalla nostalgia e dall’ingenuità, dai giochi innocenti e irreali, in una campagna del sud dove invece è necessario rimboccarsi le maniche per tirare avanti giorno per giorno come il padre di Simone è costretto a fare tra orti, galline e maiali. Piccoli nemici che sembrano imbattibili, fantastici alleati che sembrano infallibili, la scoperta dei sentimenti, la capacità di diventare grandi. Tutte questi elementi rendono L’uomo fiammifero anche una storia di formazione oltre che un racconto di fantasia. La qualità tecnica è notevole. L’uso della stop motion è funzionale ad accompagnare le fantasie del giovane protagonista e le animazioni digitali sono realizzate con abilità.

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Qualche difetto tuttavia, inevitabilmente c’è. Oltre a Francesco Pannofino, simpatico, burbero e malinconico padre di Simone, tutto il peso del film è sui piccoli attori cui non si può chiedere di reggere la scena in maniera perfetta per tutto il film. Le pecche di recitazione sono numerose, ma non sono sufficienti a far naufragare la storia. La scrittura è semplice, lineare, la morale è un po’ scontata e i personaggi di contorno appena accennati anche se simpaticamente bizzarri e romantici. La scena finale forse prevedibile, ma è in fondo questo che si chiede alle favole, che siano felici, ottimiste e soprattutto che finiscano bene. Molto bella la sequenza che precede la conclusione del film, in cui il ragazzino decide che il momento di crescere è giunto, scoprendo davvero il rapporto con suo padre davanti a un rogo, allo stesso tempo distruttore dell’infanzia e fiamma viva dell’incombente adolescenza.

Voto: 7/10

Gaetano Maiorino
CineClandestino


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