[REVIEW] Cowboys & Aliens

Quando si hanno pretese troppo grandi si rischia di combinare un disastro. È quello che è successo a Jon Favreau, regista di Iron Man e Iron Man 2, che questa volta abbandona il mondo dei supereroi per esplorare l’universo western. Ops, fantascientifico. Ok, western fantascientifico.

Che trovata geniale – penserete. E invece no. Perché un esperimento del genere può essere un’arma a doppio taglio e trasformarsi in una di quelle catastrofi cinematografiche che si ricordano per sempre, o finiscono nell’oblio. Cos’è, in sostanza, Cowboys & Aliens? Un ibrido che prende tutto ciò che può da entrambi i generi per portarlo all’apice della stereotipizzazione.

Ma partiamo dalla trama. Deserto, sterpaglie e sole cocente. Un uomo (Daniel Craig), sporco e ferito, si sveglia ansimante e profondamente scosso. Solleva il braccio e scopre di avere uno strano bracciale al polso che proprio non vuole saperne di staccarsi. Non conosciamo tempo e luogo della narrazione finchè non arrivano tre baldi cowboys a cavallo che, da bravi criminali del West, vogliono derubare Craig, il quale sarà pure stordito e confuso, ma non si lascia certo intimorire e sfodera le mosse di arti marziali imparate quando faceva 007.

Così il nostro uomo, che poverino non ricorda nulla circa la sua identità, si traveste da cowboy e arriva nella cittadina di Absolution. Qui, che ve lo dico a fare, succede tutto ciò che può succedere in una cittadina in mezzo al deserto e in un film western. Ricchi arroganti che spaventano la povera gente, liti sedate dallo sceriffo di turno e solite risse nel solito saloon che all’occorrenza (cioè sempre) si trasforma in un ring. C’è anche una ragazza, Ella (Olivia Wilde), ovviamente bella e ovviamente colpita dal bel forestiero senza identità che proprio non vuole lasciarlo in pace e lo segue ovunque perché lei sa qualcosa, ma chiaramente non può ancora parlare pena la conclusione del film.

Tra i due c’è un abbozzo di storia d’amore dai contorni mal definiti: Ella, visibilmente presa, e Jake diviso tra la bella fanciulla dagli occhi di cerbiatto e l’amore perduto, una donna labile e assente che conosciamo solo attraverso i suoi flashback. Così, alla fine, ci sarà un bacio campato in aria, che sembra messo nella sceneggiatura solo per accontentare lo spettatore che si aspetterebbe ben altro.

Improvvisamente tutto diventa più rapido: veniamo a conoscenza dell’identità dell’uomo, che si scopre essere Jake Lonergan, fuorilegge e capo di una banda artefice di una rapina a una diligenza d’oro, accusato di omicidio e per questo ricercato da tutti, uomini di legge e non.

Ma, mentre si cerca di ristabilire la giustizia, l’ordine viene sconvolto dall’alto. Eccoli, gli alieni, con la loro tecnologia e le loro navicelle a ultrasuoni con cui distruggono tutto e acchiappano gli umani che gli capitano a tiro. Giusto per non sfatare il mito dell’alieno brutto e cattivo che rapisce gli umani per studiarli e desidera conquistare il nostro mondo (anche se stavolta vuole soltanto l’oro)…

Quelli che riescono a mettersi in salvo, allora, decidono di andare a salvare gli sventurati rapiti e, messi da parte vecchi rancori, stringono alleanza contro la minaccia extraterrestre e si mettono in cammino.

Una storia pasticciata e pretestuosa, una trama fragile che non sta in piedi e che si serve di elementi attinti un pò qua e un pò là più per aggiungere ingredienti alla minestra che per renderla appetitosa. Ma non finisce qui: quando sembra che le alleanze siano state stabilite, e individuati i buoni e i cattivi, arrivano gli indiani con le loro frecce, i loro riti e la solita rivendicazione dei diritti perduti con l’arrivo dei bianchi. Dobbiamo ammetterlo: Favreau non si è fatto mancare proprio niente, e nonostante i buoni propositi e il desiderio di originalità, il film si rivela per ciò che è, ovvero una storia apparentemente ricca ma in realtà povera, un collage mal assortito di spezzoni di film (da Alien a Ombre Rosse, da La Guerra dei Mondi a Per un pugno di dollari …), una pellicola che non ha niente da dire ma che ci impiega due ore a dirlo.

Un film che si avvale di un cast che potrebbe far presa sul pubblico, ma si limita a seguire il piattume della storia. Entrata in scena da vera star per un Harrison Ford imbronciato e rauco per tutta la durata del film che da osso duro e capo minaccioso si ritrova a far la parte del nonnetto un pò burbero nel momento in cui sprona il ragazzino ad essere un uomo.

Daniel Craig, macho e glaciale, sveste i panni dell’agente 007 ma si trova, ancora una volta, a fare i conti con corse contro il tempo, combattimenti corpo a corpo, sparatorie e fanciulle da salvare. Insomma, cambia il film ma lui non cambia mai.

Olivia Wilde è affascinante come sempre, ma il suo personaggio non le rende giustizia e la fa quasi apparire ridicola a causa di tutti quegli sguardi imbambolati e sognanti volti al protagonista dall’inizio alla fine. A metà film, inoltre, le accade esattamente ciò che accadeva a Quorra, altra eroina interpretata dall’attrice in Tron Legacy.

Sorvoliamo anche sul barman impersonato da Sam Rockwell, simpatico e sopra le righe come in Iron-Man 2 ma più inutile del cane che segue la compagnia.

Troviamo, infine, qualche impennata altamente lirica capace di strappare una lacrimuccia e un finale dai buoni sentimenti che vuole riportare l’ordine in un mondo lacerato dall’incontro disastroso tra due realtà distanti anni luce che mai si sarebbero potute (e dovute!) incontrare.

Absolution torna ad essere la solita cittadina dove non succede mai niente se non qualche duello o rissa nel saloon. Tutti hanno di nuovo l’affetto e l’amore dei loro cari, tranne uno, Jack. Il nostro uomo, un moderno Clint Eastwood, si rimette il cappello e si allontana verso l’orizzonte, ormai consapevole del suo passato ma ignaro del suo futuro.

Punteggio CVG - Cinema e videogiochi - 5 su 10

Giulia Adonopoulos

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