Avatar: la recensione

avatar42

Quando James Cameron si cimenta con la fantascienza, non ce n’è per nessuno. Ed è così che dopo due capolavori immortali quali Aliens e The Abyss, il regista in grado di frantumare ogni record al box office con Titanic torna a stupire e incantare con un’opera maestosa e unica in grado di incatenare lo spettatore alla poltrona per la durata di quasi tre ore, trasportandolo letteralmente su un altro pianeta. In tutti i sensi.
Il film, rigorosamente in 3D, narra le vicende di Jake Sully (Sam Worthington), un marine che, rimasto invalido a seguito di un grave incidente, si trova a sostituire per ragioni di compatibilità genetica il gemello scienziato, deceduto, in un delicato programma di studio sul lontano pianeta Pandora, zona di estrazione mineraria preziosissima per gli umani. Il programma consiste nell’utilizzare alcuni uomini come piloti a distanza di corpi alieni riprodotti geneticamente e, in questo modo, riuscire a conoscere meglio le usanze e le motivazioni della popolazione autoctona di Pandora, i Na’vi. La situazione è da subito piuttosto complessa e tesa: Jake, in quanto ex marine privo di nozioni scientifiche, non è ben accetto dalla dottoressa Grace Augustine (Sigourney Weaver), direttrice del progetto di ricerca; inoltre i militari di stanza su Pandora, guidati dallo spietato Colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang), intendono utilizzare Jake come spia tra i nativi per facilitare l’allontanamento di questi ultimi dal loro habitat naturale, assai ricco di preziosi minerali. Abbandonando il suo corpo semi paralizzato e prendendo il controllo neurale del suo ‘avatar’ Na’vi, Jake Sully scoprirà, in parte fortunosamente, che gli alieni che popolano Pandora sono creature sensibili e pacifiche, dotate di una affascinante cultura che li tiene in perfetta armonia con la natura; l’amore per un’indigena farà il resto, determinando l’inevitabile cambio di fronte che terminerà in un’epica lotta per la sopravvivenza e per la salvezza del popolo dei Na’vi.

avatar24

Il primo aspetto di Avatar da sottolineare è che non sono né il 3D, assolutamente straordinario, né gli effetti visivi in generale, i migliori mai visti al cinema, a fare grande il film. L’opera di James Cameron è portentosa per le stesse universali ragioni che hanno decretato la grandezza di ogni capolavoro dell’arte cinematografica dalle origini ad oggi: una storia intensa e avvincente, interpreti di grande spessore e un impatto emotivo così forte da lasciare storditi. Ed è immediatamente chiaro sin dalla prima sequenza, dalla prima battuta del film. Sì, l’intuito dell’appassionato avverte qualcosa, un formicolio strano, il pizzicore da senso di ragno che ci comunica che qualcosa di incredibile sta per avvenire sotto i nostri occhi increduli. Poi è la fine: tutto comincia a suonare in perfetta sincronia, ogni parte del tutto si sintonizza sulle corde della nostra anima, portandoci oltre lo schermo, oltre le immagini, fin nel cuore pulsante della natura viva e unica di Pandora, negli occhi autentici e puri di un popolo, i Na’vi, che incarna magistralmente tutti gli oppressi di millenni di storia umana.
La cura maniacale con la quale Cameron ha realizzato Avatar negli ultimi 12 anni ha impresso al film un ritmo perfetto, dettato da attrici e attori davvero bravi, sui quali torreggia una favolosa Sigourney Weaver, tornata a far coppia con il grande regista americano dopo aver interpretato Ellen Ripley in Aliens. Ma Avatar non è un film per solisti, quanto un grande coro di mille talenti, tecnici e artistici, tutti diretti all’unisono, tutti impiegati al fine di comunicare un’epicità a tratti soffusa e a tratti irruenta, l’epicità che è propria della battaglia per la libertà e la sopravvivenza della propria gente.

avatar51

Forse il film sembrerà retorico ai più cinici e disincantati, ma fate attenzione, poiché il canto di James Cameron vuole proprio essere un’ode all’innocenza ritrovata, alla presa di coscienza che esistono valori antecedenti all’umanità stessa, codici naturali atavici da preservare ad ogni costo, pena la perdita delle proprie radici, del senso stesso dell’essere al mondo… qualunque mondo.
Avatar
è senza dubbio il primo grande monumento al cinema del futuro, al nuovo modo di intendere, anche solo visivamente, la Settima Arte, eppure è prima ancora di questo la riformulazione del nuovo Millennio del grido di libertà di Braveheart, del grido di dolore di Koyaanisqatsi: Jake Sully non lotta solo per la libertà del popolo Na’vi, ma anche e soprattutto per evitare che la disarmonia tra uomo e natura che ha condannato la specie umana infetti anche il lussureggiante pianeta Pandora. Avatar è un poema panteistico di struggente bellezza, una rapsodia di divinità immanenti che paiono volerci parlare con il solo linguaggio universale del codice genetico: la vita è tutto, ed è prima di tutto, proprio come l’energia, destinata a permanere in questo universo, indelebile traccia di ciò che siamo stati, di ciò che abbiamo provato.
Avvinti in un vortice sensoriale, scagliati in un tunnel ben più che tridimensionale, sarete proiettati così lontano da ritrovarvi nel centro esatto del vostro spirito, a confrontarvi non già con astronavi, pianeti e alieni quanto con l’alfabeto della vostra anima, quello che molti di noi sono destinati a perdere abbandonando la fanciullezza, travolti da nuovi obiettivi e troppe illusioni. Ecco, Avatar è questo: è gli occhioni di un bambino che scopre il mondo, stupendosi di fronte a ogni farfalla, a ogni singolo stelo d’erba. E se soltanto la tecnologia di questo secondo decennio del nuovo millennio avrebbe in effetti potuto rendere possibile questo incantesimo, allora rendiamo il dovuto applauso a James Cameron, che ha avuto la forza di attendere e costruire, di lavorare, smontare e rimontare un capolavoro di tale magnitudine. Sgombrate la mente da ogni dubbio e pregiudizio e andate in sala a vedere Avatar: è un viaggio che per nessuna ragione al mondo deve essere mancato.

Voto: 10/10

Marco Accordi Rickards