La custode di mia sorella, o l’etica che si dissolve in dramma borghese

Una vicenda drammatica e un tema scottante sono le linee narrative sulle quali si snoda La custode di mia sorella, il film del 2009 diretto da Nick Cassavetes, che vede la brillante Cameron Diaz alle prese stavolta con un ruolo davvero drammatico che nulla ha a che vedere con le pellicole di debutto come Tutti pazzi per Mary. Tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice statunitense Jodi Picoult e adattato per il grande schermo dallo stesso Cassavetes, il film affronta, sviscerandola nelle sue contraddizioni estreme, la storia di una famiglia borghese americana travolta dalla tragedia della malattia. La piccola Kate, interpretata da Sofia Vassilieva, è una ragazzina di tredici anni gravemente malata di leucemia, la quale vive serenamente la sua età, nonostante la tragedia che l’ha colpita, attorniata dal calore e dall’affetto della sua famiglia; la madre Sarah, che ha il volto, stavolta coraggiosamente serio di Cameron Diaz, ha rinunciato alla carriera e alla sua realizzazione personale per accudire la piccola Kate; accanto a lei, in questo difficile quadro familiare, un marito pompiere (Jason Patric) e un figlio più grande, entrambi distanti e fragili rispetto al dramma che si consuma.

Ma c’è qualcosa di più che mamma Sarah ha fatto per la sua piccola Kate: ha provveduto a concepire in provetta una sorellina più piccola ma soprattutto sana, che potrà aiutare Kate a superare la malattia, con il suo appoggio morale, certo, ma anche e soprattutto con il suo ‘corpo’. Il nome della piccola salvatrice è Anna (anche se in realtà, citando un noto mito greco, la piccola si chiama Andromeda, vale a dire colei che fu sacrificata per l’eccessiva vanità della madre), impersonata dalla deliziosa, ma qui straordinariamente compita, Abigail Breslin (candidata all’Oscar per Little Miss Sunshine), la cui esistenza è legata indissolubilmente a quella della sorella malata; è lei, infatti, in quanto unico essere geneticamente compatibile, che deve fornire a Kate il suo sangue, le sue cellule staminali, persino il suo midollo, oltre naturalmente all’affetto di una sorella. La vita va avanti, nella quotidiana battaglia per la normalità, tra ospedali, momenti di composta allegria e un coraggio da trovare ogni giorno, fino a quando ad Anna non viene chiesto di donare un rene per la sorella Kate, alla quale nel frattempo è sopraggiunta un’insufficienza renale. E’ a questo punto che Anna si rivolge al famoso avvocato Campbell Alexander (Alec Baldwin) perché stavolta non riesce ad aiutare Kate e reclama un’emancipazione medica dalla sua famiglia, per poter disporre della sua vita e del suo corpo in totale autonomia. Il conflitto, che già aveva attraversato la famiglia Fitzgerald con la malattia, si acuisce e diventa un problema di portata etica rilevante, in cui la madre Sarah gioca un ruolo duplice, lottando strenuamente per la vita di Kate, al punto da condannare l’altra figlia ad essere una sorta di riserva di pezzi di ricambio. Nel finale, in cui lo spettatore riceve l’ennesimo colpo basso alle viscere, il nodo si scioglie, portando ogni attore di questo dramma al compimento di un percorso segnato dal dolore e dall’ineluttabilità del destino, non senza lasciare aperti gli spiragli di una riflessione che coinvolge l’etica, la scienza e la volontà.

Nick Cassavetes, figlio di due mostri sacri del cinema americano come John Cassavetes e Geena Rowlands, rispettivamente regista e musa/interprete di pellicole indimenticabili per la loro disincantata inetlligenza come Gloria – Una notte d’estate e Una moglie, ha confezionato, dopo le non eccelse prove di regia di She’s so lovely e Alphadog, un melodramma in cui spiccano le prove degli attori, prima fra tutte quella di Cameron Diaz. C’è da dire che un pregio di Nick Cassavetes, che sarebbe ingiusto paragonare anche solo lontanamente a quello straordinario autore e indagatore della vita e del mistero della donna che fu suo padre, è forse proprio quello di saper dirigere bene gli attori; per il resto, La custode di mia sorella cade troppo facilmente in alcuni luoghi comuni, indugiando nel sentimentalismo e nei cliché tipici del melodramma. Peccato, perché se non avesse ceduto costantemente alla lacrima facile, avrebbe potuto sviluppare di più e con maggiore consistenza il conflitto estremo della scelta, vissuto sulla pelle, non a caso, di tre donne, ognuna delle quali lotta, a suo modo, per l’autonomia in nome della vita.

Vera Mancini