Dirigere un film è una fine e meticolosa opera di ricamo. Se poi il soggetto è una travolgente storia d’amore tra due giovanissime anime inquiete e creative, come quelle di John Keats e della sua musa ispiratrice Fanny Brawne, ecco allora che il cinema sfiora la poesia. Bright Star, uscito nei cinema la scorsa estate e ora disponibile in DVD, è la storia del tormentato amore impossibile tra il poeta inglese che morì a soli 25 anni e la sua vicina di casa Fanny, abile ricamatrice e appassionata di moda, alla quale dedicherà alcuni dei suoi versi immortali.
Jane Campion, la regista neozelandese di Lezioni di piano torna a raccontare la violenza della passione che scuote l’anima, lasciandola questa volta librare sulle ali di un sentimento più platonico che carnale, ma ugualmente penetrante. E se nei suoi film precedenti l’incontro tra due amanti era spesso mostrato nella sua fisicità più esplicita, come nel suo ultimo film del 2003 In the cut, qui l’amore è sublimato nel suo lato più etereo, un delicato ricamo di gesti, carezze, sguardi e sospiri, ma non per questo meno forte e irrazionale come un sentimento dovrebbe sempre essere: un amore in grado di trasformare parole in poesia, di far vibrare i corpi e di rubare un pezzo di eternità alla morte.
‘Una cosa bella è una gioia per sempre’, questo l’incipit di Endimione, il poema scritto da Keats (Ben Wishaw) poco prima di incontrare Fanny (Abbie Cornish). L’incontro tra i due, poco più che ventenni, è segnato da un’affinità di intenti e passioni: accomunati dall’urgenza di trovare una via di espressione al proprio intenso mondo interiore – la ragazza usa ago e filo come fossero penna e inchiostro – saranno separati da un crudele destino che porterà alla morte del poeta, che malato di tubercolosi e senza un soldo, cercherà inutilmente riparo nel clima mite di Roma, ospite del poeta Shelley. Qui morirà nell’inverno del 1821 e sarà sepolto nel cimitero acattolico romano, dove ancora adesso si possono leggere incise nella lapide le parole che lo stesso poeta desiderò fossero scritte: ‘Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua’. Come spesso accade, il suo talento non fu compreso dai suoi contemporanei, ma il suo nome, al contrario delle previsioni del poeta inglese, ha attraversato la storia fino ai giorni nostri, cristallizzando nei suoi versi immortali l’essenza dell’amore, idillio e tormento in ugual misura.
Ispirandosi alla biografia scritta da Andrew Motion, Jane Campion sceglie di raccontare la storia da un’inquadratura diversa, privilegiando il personaggio della sconosciuta Fanny, il cui temperamento passionale e anticonformista è la degna controparte del genio del poeta romantico che a lei scrisse lunghe e appassionate lettere d’amore, pubblicate postume: ‘Sogno che siamo farfalle che non vivono che per tre giorni. Con te saranno più piacevoli che cinquant’anni di vita ordinaria’. Le lettere scritte da Fanny sono invece andate perdute ed è solo grazie all’immaginazione della regista neozelandese che possiamo ascoltarne la voce.
Fanny intreccia i fili della sua storia d’amore con Keats, che nasce in sordina per trasformarsi solo con il tempo in un sentimento sempre più forte e necessario, e la regista ne arricchisce la trama, inserendo di volta in volta scene di vita quotidiana come piccoli affreschi, creando una architettura pittorica di rara bellezza: le farfalle che invadono la stanza di Fanny, il sottile muro che divide le camere da letto dei due giovani che vivono sotto lo stesso tetto senza mai andare oltre un semplice bacio, l’abbraccio finale prima della partenza del poeta per l’Italia alla disperata ricerca di una cura.
Il film si apre e si chiude con l’immagine in primissimo piano di un ago che ricama su un tessuto, bianco all’inizio e nero nel finale. In fondo, un ricamo è un’opera d’arte: un intreccio di fili e colori in perfetto equilibrio.
Roberta Mastruzzi
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