Il grande ritorno di John Rambo

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Venti anni dopo l’ultima missione John Rambo (Sylvester Stallone) si è ritirato nella Tailandia settentrionale, ad un passo dal conflitto tra i birmani e i karen. Conduce una vita tranquilla e solitaria per tentare di ritrovare la pace interiore ma quando un gruppo di missionari viene rapito e torturato verrà chiesto di nuovo il suo intervento. E per il soldato in congedo inizierà una nuova, esplosiva, guerra personale.

Quando hai la fortuna di vedere in anteprima il film del ritorno di Rambo tutti i tuoi amici rimasti a casa, quelli che capiscono l’importanza di questo evento, vogliono sapere se Rambo, nel 2008, regge ancora. La risposta è… sì. John Rambo funziona, nonostante tutto. Anche se non c’è più l’evocativo scenario del Vietnam (stavolta si combatte la guerra civile in Birmania) anche se come ci mancò Adriana nell’ultimo Rocky così ci manca oggi il mitico colonnello Trautman (l’attore che lo interpretava è scomparso nel 2004) e anche se John non ha più la voce del grande Amendola. Rambo funziona ancora perché si regge tutto sulle spalle di uno Stallone tutt’altro che “rimba”, un sessantenne col fisico di un quarantenne che ha preso in mano anche la regia per rimediare al fiacco terzo capitolo diretto da Peter MacDonald venti anni fa. Dopo il bel lavoro fatto la scorsa stagione con il restauro di Rocky, lo Sly regista dimostra di aver capito perfettamente come far crescere un eroe insieme al suo pubblico, come evolvere gli alter-ego a cui si è immolato. Il film non sarà il miglior Rambo di sempre (First blood rimane ancorato al primo posto) ma rimette la saga sul binario giusto (sapevate che neanche questo sarà l’ultimo capitolo?), riesce a sorprendere con una serie di graditissimi omaggi (come il ritorno dell’arco o la nostalgica sequenza finale) e un paio di trovate azzeccate (per la prima volta Rambo è a capo di un team), anche se fondamentalmente si basa su un elemento chiave già utilizzato nell’ultimo capitolo dedicato al pugile di Philadelphia: la rabbia accumulata negli anni dal duro con il cuore d’oro, la sensazione di avere ancora qualcosa da dare e da dire, nonostante la ruggine, perché la campana non è ancora suonata e la missione non è affatto finita. Ormai per Sylvester Stallone non è neppure più una questione di soldi e infatti anche qui, come nell’ultimo Rocky, non c’è nessun tentativo di accalappiare nuovi fan. Probabilmente il nuovo-vecchio Rambo, ancora più burbero, stanco e disilluso, emozionerà e galvanizzerà solo gli spettatori cresciuti e sopravvissuti con le sue avventure. Tutti gli altri avranno comunque l’opportunità di riscoprire il valore degli action movie “ruspanti”, quelli basati sulla fisicità e girati senza l’ausilio del computer. L’azione è molto diversa dal machismo reaganiano a cui eravamo abituati. Stavolta si punta tutto sulla tensione, anche perché il risultato non è affatto garantito e il vecchio John potrebbe anche non farcela. Si spinge forte sugli scontri a fuoco che con incredibile ferocia e scioccante realismo mostrano l’orrore della guerra, rimettendo in riga il famoso soldato Ryan. Chiaramente i criticoni più bacchettoni non hanno preso bene la crudezza di certe scene (paradossalmente la pellicola è distribuita dalla Disney!) ma secondo noi Sly non ha sbagliato cottura. John Rambo racconta dell’inferno sulla Terra, quindi è un piatto che va servito al sangue.
Roberto “Cleaned” Pulito