Il mio nome è Holmes… Sherlock Holmes!

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La svolta bondiana di Sherlock Holmes, blockbuster affidato alla regia del modaiolo Guy Ritchie, rientra nella logica delle riletture, condivisibili o meno, di personaggi che appartengono così tanto, e da così tanto tempo, all’immaginario collettivo da essere oramai stati vivisezionati e assimilati anche dal più disattento dei lettorispettatori. Molto sensibili alla facile noia del grande pubblico, le case di produzione (ma anche le case editrici e via discorrendo) operano quindi una sorta di restyling, di aggiornamento al gusto corrente. L’investigatore britannico creato dalla fervida immaginazione e dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle, e già modernizzato dal fumetto di Lionel Wigram, produttore della pellicola, ci viene quindi presentato come un uomo d’azione, una sorta di James Bond ottocentesco, con alcune abilità degne di Chuck Norris. Seduttore, intrigante, combattivo, atletico, pragmatico, intuitivo ai limiti della genialità e tutto quel che segue, il novello Holmes, interpretato dal sempre bravo Robert Downey Jr., è un prodotto dei nostri tempi, immerso in ralenti che ne esaltano l’abilità nella lotta e nella arti marziali più che le doti intellettive, legato mani e piedi a una relazione ben poco ottocentesca e quasi totalmente Sherlock Holmes (2009) di Guy Ritchiedepurato da qualsiasi deriva autodistruttiva, sgradita al Box Office – non a caso, una delle sequenze più interessanti di questa nuova trasposizione, con Holmes quasi delirante dopo la drammatica esplosione al mattatoio, non ha ulteriori sviluppi.

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Immerso in una Londra grigia, buia e piovosa, a tratti spettrale, protagonista di spettacolari e gratuite scazzottate, costretto a correre, saltare, combattere e mostrare addominali e pettorali, lo Sherlock Holmes griffato Guy Ritchie (con la complicità degli sceneggiatori Michael Robert Johnson, Anthony Peckham e Simon Kinberg, del suddetto Wigram e di Michael Robert Johnson) si trova purtroppo prigioniero di un film scritto e diretto per girare a mille all’ora, ma privo di reali appigli per lo spettatore: perché si dovrebbe saltare sulla carrozza lanciata a tutta velocità tra le strade di Londra? Perché lo spettatore dovrebbe appassionarsi a una detection che latita? Per quale motivo uno Sherlock Holmes in versione trandy karateka dovrebbe reggere un intero lungometraggio sulle sue pur atletiche spalle? Il difetto principale di Sherlock Holmes, prima ancora delle oramai trite e ritrite soluzioni stilistiche del regista inglese, ben lontano dagli apprezzabili risultati di Lock & Stock – Pazzi scatenati (1998) e Snatch – lo strappo (2000), sembra essere la superficialità della scrittura, davvero poco ispirata nei dialoghi e nell’intreccio, totalmente proiettata sulla decontestualizzazione dell’eroe ottocentesco, calato in un’epoca che oramai non gli appartiene.

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Holmes il contemporaneo, quasi un viaggiatore del tempo, si ritrova intrappolato in una sceneggiatura che cerca di percorrere troppe strade, dall’action alla love story.
Rimane un buon cast (oltre a Robert Downey Jr., non sfigurano Jude Law e l’affascinante Rachel McAdams), una confezione tecnico-artistica di alto livello e, per coloro che apprezzeranno, la certezza di un seguito.
Quasi irrefrenabile, dopo la visione, la voglia di recuperare Piramide di paura (1985) di Barry Levinson (con sceneggiatura di Chris Columbus), una rilettura assai più frizzante e divertente, in chiave adolescenziale, delle imprese dell’investigatore di Arthur Conan Doyle.

Enrico Azzano
CineClandestino