Giustizia Privata: è l’unica soluzione?

Giustizia Privata

Che succede quando due malviventi bussano alla porta di casa di un uomo onesto e leale e, una volta entrati, uccidono sotto i suoi occhi la moglie che ama tanto e la figlia che adora? Succede che vuole giustizia, e la vuole subito. E se il sistema giudiziario, invece di condannare i criminali, trova stratagemmi per alleviargli la pena, lasciandoli addirittura in libertà vigilata? Ne consegue che anche il più onesto e rispettoso cittadino diventa cattivo. E assetato di vendetta. Brama sangue come un vampiro (o forse di più) per vendicare la morte di un’adorabile bambina a cui è stata strappata la possibilità di vivere, di diventare donna e di innamorarsi, e per punire i colpevoli della fine di un amore che, nonostante anni di matrimonio, era ancora vivo, e prospero.

Inizia così la storia di Clyde Shelton, Gerard Butler (300), che, con i propri occhi, vede l’assassinio della sua famiglia e ne condivide la sofferenza con il pubblico in sala. Distrutto dal dolore e “ammaccato” per le botte ricevute, l’uomo si rivolge ad uno dei più giovani e bravi avvocati della contea, Nick Rice, Jamie Foxx (Il solista). Ossessionato dalla possibilità di perdere la causa – a fronte del suo 96% di vittorie – l’avvocato scende a patti con i colpevoli: ad uno (quello “meno” responsabile degli assassinii poiché li ha “soltanto” permessi) viene decretata la pena di morte tramite la somministrazione di sostanze chimiche; all’altro vengono assegnati pochi mesi di carcere e poi la libertà (perché ha collaborato, quindi lo merita!). E così, l’avvocato aumenta la sua percentuale di vittorie, mentre l’uomo, sente crescere il proprio dolore in modo spasmodico e irrefrenabile fino a divenire tormento. Si ritira a vita privata vendendo tutti i suoi beni e acquistando terreni sparsi per la contea: meditando il modo per farsi giustizia da solo, di ottenere giustizia privata. “Un uomo che ha perso tutto è capace di tutto”, davvero. Basta seguire un qualsiasi telegiornale per rendersi conto che un avvenimento del genere non è poi tanto lontano dalla realtà. Lo diviene se, per un motivo o per un altro, un thriller inizialmente avvincente, finisce per diventare irreale, quasi soprannaturale.

“Non ci si oppone al destino” viene ripetuto più volte nel film. Quindi, Shelton , non vi si oppone affatto, anzi: decide di rendere reale il destino che lui ha scelto per sé e per chi, direttamente o meno, è coinvolto nella morte della sua famiglia. La sua vendetta inizia dai colpevoli: assiste sotto mentite spoglie alla morte del primo, gioendo delle sue atroci sofferenze che, incredibilmente, sono causate dalla manomissione delle sostanze mortifere, e causa quella del secondo in un modo talmente violento e crudele che sarebbe degno dell’enigmista di Saw. L’uomo, in perfetto stile horror-premeditato, riprende la scena con una telecamerina digitale, sebbene l’omicida, ovvero se stesso, abbia il volto coperto da una maschera (Non vi viene in mente Jason di Venerdì 13 o il protagonista deforme di Non aprire quella porta?).

E siccome “le lezioni che non si imparano con il sangue, si dimenticano”, Shelton continua a placare la sua sete di giustizia (non riuscendo mai a soddisfarla). E, come un accanito e professionale giocatore di scacchi, continua la sua partita eliminando più pedine possibili. I colpi di scena non mancano, ma spesso, le situazioni che si creano sono talmente surreali che divengono assurde. L’uomo infatti, chiuso in prigione, in cella d’isolamento, continua a creare il panico nella città di Philadelphia, mettendo in ridicolo le forze dell’ordine locali e governative. Clyde continua a dare indizi sulle sue prossime vittime a Rice, ogni volta costringendolo a scendere a patti e ad accettare ogni sorta di compromesso, proprio come lui, anni prima, aveva fatto con gli aguzzini della sua famiglia. Ma l’inganno e il gioco sporco confinano i due protagonisti in un ambienti sempre più piccoli, e il pubblico, più disorientato che mai, assiste ad uno scambio continuo di gabbie: è colpevole colui che uccide per vendetta, o colui che, egoisticamente, pensa a solo fare carriera? Il dubbio amletico continua per tutta la durata del film, portando lo spettatore a fare il tifo ora per l’uno, ora per l’altro. Il merito del regista Frank Gary Grey (Il negoziatore) è probabilmente quello di tenere in bilico il giudizio dello spettatore, sapendo magistralmente aggiungere o togliere il peso da un braccio della bilancia per spostarlo sull’altro. Il sistema legale non funziona: non tutela il cittadino, né lo difende da quello disonesto. E quindi, in un turbinio di considerazioni su ciò che sia “bene” e ciò che sia “male”, lo spettatore si trova intrappolato nello stesso sistema (il)legale americano.

“Le partite si vincono convincendo il tuo avversario che sta facendo le mosse giuste” dice Shelton a Rice: detto fatto. Chi di spada ferisce, di spada perisce, potremmo dire… E infatti, il protagonista che si improvvisa una specie di deus ex macchina di tutti gli avvenimenti del film, o quasi, sbaglia a spostare una pedina e finisce per farsi mangiare il re. Rimangono in gioco, così, solo le due regine. Chi avrà la meglio? Per paura di fare spoiler, sono costretta a limitare l’analisi della sequenza finale del film, ma vi assicuro che, invece di rassicurare lo spettatore, lo lascerà con ulteriori dubbi, questa volta circa la purezza della propria coscienza. Che avremmo fatto noi al posto di Shelton? Avremmo sicuramente trovato il modo per avere giustizia, anche a costo di renderla privata. Ma davvero farsi giustizia da soli, scavalcando la legge stessa, diventa l’unica soluzione e probabilmente la migliore?

Martina Calcabrini.