Venezia 67 – Orizzonti: L’estasi ideale di Catherine Breillat

La belle endormie

La rinnovata sezione alternativa di Venezia 67, Orizzonti, nata sotto l’egida del ‘fuori formato’, connotazione che include opere ed autori che fondono e sperimentano differenti ambiti artistici ed espressivi, quest’anno focalizza l’attenzione sulla fluidità del cinema contemporaneo. Un parallelo confronto tra stili e sguardi diversi sul mondo e l’audiovisivo, come ha ribadito il direttore artistico del Festival, Marco Mueller. E l’autrice che ha aperto la sezione di quest’anno condensa perfettamente l’alterità di un fare cinema da sempre personalizzato e contro corrente. Catherine Breillat è una delle più interessanti e controverse registe dell’attuale cinematografia mondiale. Sceneggiatrice, scrittrice e provocatoria narratrice della sessualità femminile, espressa e rivelata senza filtri di comodo e/o compromessi. A chi l’accusa di ‘pornografia’, l’autrice intelligentemente ribatte: “Il mio intento è di dare una nuova definizione delle donne e dei loro desideri”. Dopo Barbe Blue, presentato al Festival di Berlino nel 2009, tratto dall’omonima favola di Charles Perrault,  in cui gli incubi e le perversioni insiti nella storia vengono ‘trasfigurati’ dalla regista in una parabola ambivalente, sia del desiderio di osare, travalicare i confini anche a scapito della morte, che dell’autoaffermazione della donna nei confronti del dominio maschilista, con La Belle endormie, è di nuovo una favola di Perrault a fungere da spunto per una riflessione sulle identità di genere e i loro confini. Interrogata sul passaggio da ‘fiaba a fiaba’, la Breillat in conferenza stampa ha affermato: “La Barbe bleu è stata un’esperienza di indagine sulla società, un esperimento per testare quel che pensa il mondo che assiste e subisce la presenza di quello che oggi definiremmo un serial killer. La Belle Endormie è un lavoro diverso: volevo che la protagonista-ragazzina vivesse tante esperienze, tante vite attraverso un percorso unico ed intimo racchiuso in un’unica esistenza, alternandola con un amore difficile, a metà tra la maturità dell’età adulta e la fanciullezza”.

La belle endormie

La piccola principessa Anastasia, destinata a pungersi e a morire all’età di 16 anni per via dell’incantesimo della fata Carabosse, avrà almeno, nei 100 anni del sonno che le tre fate buone riescono a ‘convertire’ dalla morte annunciata, il ‘privilegio’ di vivere nei propri sogni. Hanno così inizio le sue avventure oniriche, che incorporano inaspettatamente anche l’universo cruento, cupo e perturbante de La regina delle nevi di Andersen, in un bruciare di anni e di esperienze necessariamente rapido e fluente, alla ricerca di quell’estasi ideale che riesce ad azzerare il dominio dello scorrere del tempo e del suo inevitabile conto alla rovescia. Uno scontro tra natura e cultura, tra determinismo e fato, all’interno di un racconto di formazione e dei passaggi che scandiscono l’arrivo della maturità, dell’identità e del ‘risveglio molteplice’. A proposito della mescolanza di vicende che contribuiscono a rendere l’essenza del film, la regista precisa: “Penso che lo snodo cruciale della storia sia la scelta di ‘addormentarsi’ all’età di 16 anni e vivere da bambini per tutta la vita. Vivere come un’eroina che passa la propria esistenza come un’esperienza. Quella della ‘mia’ Anastasia è una fanciullezza illibata che si trascina fino a sedici anni, non solo perché vergine sessualmente ma perché vergine nella vita e nei sentimenti. La protagonista è una combattente ed è qui che sta lo charme della favola. Lei è la fata Carabosse che nasconde i propri patemi. Questa singolarità si ravvisa nell’essere ragazza, nella sua natura ambigua di persona che si affaccia sul passaggio verso l’essere donna nelle sue varie sfaccettature”.

La belle endormie

La visione del film ha suscitato opposte critiche (come spesso accade per le pellicole della regista francese), passando dal ‘disturbo’ per le sue provocazioni erotiche (molto blande ne La belle endormie rispetto a passati lavori) e per l’accentuata componente estetico/intellettuale che ne appiattisce e ne tedia l’andamento visivo, all’entusiasmo di chi, invece, vede nella Breillat e nel suo anticonformismo ‘a tutti i costi’ un mezzo necessario (specie a un’autrice femminile) per scuotere ed imporre un punto di vista più inerpicante, destabilizzante, ma indubbiamente capace di metterci dinnanzi ad aspetti del nostro essere falsamente boicottati, in realtà parte di ogni uomo e donna. Proprio nel rapporto con la critica la Breillat ammette di venire apprezzata soprattutto dai paesi anglosassoni rispetto a quelli cattolici come la Francia e l’Italia, perché i primi sono maggiormente in sintonia con il suo puritanesimo: “Io sono puritana: non voglio, come talvolta dicono di me, abbattere i tabù, voglio che i tabù esistano, per poterli infrangere”. La pellicola, prodotta da Arte France Production, per il momento (e purtroppo) andrà in tv in Francia nel canale Arte e poi in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Maria Cera